Cafu: “Roma, devi seguire Zeman”

di Redazione, @forzaroma

(Corriere dello Sport – S.Di Segni) Roma la chiama «casa» e non è solo perché a Piazza del Popolo c’è una turista brasiliana che «La Roma ha tutto per rilanciarsi I carichi di lavoro? Io non mi sono mai lamentato…»si commuove e grida forte il suo nome, «Cafù, sei l’orgoglio di San Paolo e del Brasile» . Il tempo non ha corrotto il sorriso di Marcos Evangelista de Moraes: a quarantadue anni è diventato nonno da pochi giorni, alla piccola Jasmine racconterà anche la favola giallorossa, in quel libro non ci sarà spazio per i fischi che ha rimediato da milanista all’Olimpico, in occasione della festa per gli ottanta anni della Roma. «Voglio conservare solo i ricordi migliori, lo scudetto strameritato, la soddisfazione che abbiamo dato ai tifosi, la loro spinta, le giocate più belle, i gol e i pallonetti (il sombrero multiplo a Nedved, ndr) nei derby. Nella Capitale ho trascorso sei anni meravigliosi. Non sono il tipo da portarmi dietro gli episodi spiacevoli» . I fantasmi di Cafu sono altri «e appartengono al passato più remoto, a quando ero ragazzo e non avevo una lira per prendere l’autobus o per comprare una bottiglietta d’acqua» .

Poi c’è la storia di una carriera luminosa da consegnare ai nipoti. Tre finali e due successi Mondiali, due finali e una Champions, record di presenze con la maglia brasiliana. E un’incetta di titoli tra San Paolo, Roma e Milan.
Sorride . «Da dove partiamo?».

 
Dall’ultimo riconoscimento: è entrato nella Hall of Fame romanista, miglior terzino destro di sempre.
«Sono orgoglioso di questo premio. Oggi (ieri, ndr) mi recherò a Trigoria per ritirare l’attestato, sarà un grande piacere. Mi è dispiaciuto molto non esserci all’Olimpico due settimane fa».

 
Fu uno dei protagonisti della prima Roma zemaniana. Quali differenze con quella di oggi?
«Noi eravamo più compatti, ma semplicemente perché eravamo più collaudati».

 

 

E’ così difficile mettere in pratica le idee del boemo?
«La volontà è tutto, i giocatori hanno il dovere di seguirlo. Le sue squadre sono abituate a correre e lottare. Ed è tutt’altro che impossibile metabolizzare le sue indicazioni. Poi credo che siano gli uomini che devono adattarsi ai moduli e non viceversa. Non si possono mica studiare undici strategie per quanti calciatori scendono in campo…».

 
Si riferisce a De Rossi?
«Parlavo in generale. Daniele è un calciatore immenso, l’ho lasciato ragazzo ed è diventato uomo. Sono sicuro che diventerà indispensabile anche per questa Roma. Tutto si risolverà, basterà parlarsi».

 
Sono particolarmente pesanti i carichi di lavoro studiati da Zeman?
«Io non mi sono mai lamentato…».

 
Ma Zeman saprà anche vincere? O le sue vittorie saranno sempre il bagaglio di insegnamenti che lascia?
«Prima o poi vincerà. Io ne sono convinto. La Roma ha i mezzi per rilanciarsi, bisogna crederci. I risultati, certo, aiutano».

 
Qual è la ricetta di Cafu per una squadra vincente?
«Nel calcio serve esperienza e pazienza. Con il mix si ottengono i risultati, ma bisogna dare tempo ai giovani di crescere. Sono convinto che la Roma il prossimo anno si toglierà grandi soddisfazioni, la proprietà americana mi sembra al passo con il calcio moderno, sta operando nel modo giusto».

 
E’ di nuovo una Roma brasiliana.
«Leandro Castan viene da un campionato straordinario, Marquinhos è giovane ma in prospettiva può diventare un campione».

 

 

E Dodò? Nel suo Paese lo hanno definito il Roberto Carlos del futuro.
«Calma ragazzi. Roberto Carlos ha fatto la storia. Dodò può farla, ha le doti per diventare addirittura più forte di Roberto, ma bisogna dargli tempo. Con Zeman può fare il salto di qualità».

 
Lei è diventato nonno e Totti è ancora uno dei cardini di questa Roma.
«Francesco è forte come pochi, è stato un compagno straordinario. Da romano si faceva sentire, giustamente. Io faccio sempre il tifo per lui e credo che ancora adesso sia in grado di decidere le sorti della Roma. Anche se a sua volta avrebbe bisogno di essere aiutato dalla squadra».

 
Un altro grande dei suoi tempi, Del Piero, è passato al calcio di un altro mondo.
«Giocatore fantastico e campione vero, la scelta di andare in Australia va rispettata».

 
L’avversario più ostico che ha affrontato.
«Quando era in forma, Ronaldinho».

 
Lei ha cavalcato un’epoca d’oro, anche dal punto di vista economico, del calcio italiano.
«La verità è che ci sono difficoltà ovunque, ma questo può e deve essere un nuovo punto di partenza. Bisognerà puntare sui giovani e al contempo tentare di non bruciarli. In Italia i ragazzi non hanno vita facile in questo senso».

 
Libertadores o Champions League?
«Sono competizioni diverse, quello che non cambia sono le emozioni: quando alzi un trofeo importante dentro provi le stesse cose. Poi è innegabile che il livello della Champions sia più alto».

 
Le italiane sono attrezzate per arrivare in fondo?
«Mi piacerebbe che vincesse una squadra italiana, magari il Milan. Anche la Juve è competitiva, ma Barça e Real restano i due club da battere».

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