Un uomo, una squadra

di Redazione, @forzaroma

(Il Romanista – T.Cagnucci) C’è un uomo solo al comando e la retorica finisce qui. Si chiama Luis Enrique Martinez Garcia ha 41 anni, è nato l’8 maggio, il giorno in cui la Roma vinse il suo scudetto più bello 41 anni dopo il primo.

E’ andato in fuga per far vincere il gruppo. Perché il campionissimo è un gregario che conosce il valore enorme del lavoro, con quello ha fatto un miracolo dopo il mare di brodo dell’ultimo anno: ha riacceso la Roma. Ha entusiasmato i tifosi. Ha fatto scattare l’immaginazione, fermare la gente a guardare un allenamento di pallone, riflettere i calciatori che forse c’è ancora qualcosa da imparare.

Certe cose poi i calciatori se le dicono solo fra di loro, ma perfino un senatore come Perrotta in conferenza stampa non ha potuto che raccontare le cose come stanno: «Giochiamo un calcio che nessuno in Italia ha mai giocato». Avete presente la storia della rivoluzione culturale? Quella. C’è solo da riprendere di nascosto un eventuale cena a due fra Enrique e Sabatini: potrebbero progettare l’azzeramento del debito pubblico con un 4-3-3, uno che si mangia la frutta in ciabatte arancione (come ha fatto al termine della prima seduta) e l’altro che si fuma la centotredicesima sigaretta. Ci riuscirebbero. Luis Enrique ha conquistato la squadra e i tifosi partiti con le scorie dello scorso campionato (“Tifiamo solo la maglia”) giusto il tempo di accorgersi di quello che stava succedendo in campo. E’ bastato l’allenamento di ieri.

Anzi sono bastate le prime due ore di mattina. Avete presente quando succede qualcosa che per autorevolezza e bellezza s’impone da solo allo schiamazzo che c’è intorno? Questo è. Anche ai giocatori per certi versi è bastato un solo allenamento.

Quando Totti a fine serata è uscito dal campo a chi gli chiedeva un saluto ha risposto «Te lo farei, ma non ce la faccio manco ad alza’ il braccio». Totti. Si potrebbe partire da qui per provare a spiegare Luis Enrique. O viceversa. Quando Francesco in partitella ha verticalizzato (è un obbligo per Luis, è un senso unico in direzione ostinata e contraria) per un compagno, il tecnico ha esclamato: “Che meraviglia! Che meraviglia! Questo è!”.

Questo è quello che vuole Lui: arte. Come fai a non andare d’accordo con Michelangelo. Perché non parli? Diceva. Luis Enrique ai suoi Mosè lo fa continuamente, alterna il lei con il tu. Più tu che lei. C’era già un altro allenatore che alla Roma, almeno per un certo periodo, faceva altrettanto. Era il primo Castelrotto: Luciano Spalletti. E’ impressionante come quante persone abbiano fatto la stessa associazione, e non è solo una questione di un pronome. Semmai di soprannome. E’ evidente eppure nessuno ancora lo ha notato: Luis Enrique Martinez Garcia per tutti è Lucho, col ci-acca, ma si legge Lucio.

Lucio come chiamavano Luciano Spalletti. E non è solo una questione di nome, Shakespeare già lo sapeva. Venite a Riscone e scoprirete il fantastico mondo di questo allenatore che ha la silhouette di un fumetto disegnato a metà fra Tim Burton e Jacovitti, lo stesso sguardo folle di quell’altro Lucio (e di chiunque non fa che vedere una sola cosa, coltivare l’ossessione della perfezione).

Gli esercizi senza la porta che arriva alla fine, l’interscambiarsi ruoli e posizioni, fasi di difesa e d’attacco, schemi da baseball, la divisione del lavoro per un’autentica rivoluzione industriale, fra il suo vice, il mental coach (che è uno fichissimo che ha fare i girotondi e applaudire l’autostima), il preparatore, eccetera. E’ stato Spalletti il primo che a Roma ha introdotto questo, è talmente vero che ancora qui ci sono Andreazzoli e Franceschi.

E poi la necessità quasi vitale di dare il pallone in profondità, la maniacalità dei dettagli: Luis Enrique pretende che tutto sia organizzato, che il suo calcio sia organismo, uno finito e infinito, organizzato. Ieri si è fatto sentire due volte coi suoi, perché non erano immediatamente pronti i fratini e non c’era subitamente a disposizione l’acqua nel cambio fra un esercizio e l’altro.

Luis Enrique pretende che non ci si rivolga a voce alta dalla tribuna ai propri giocatori, si deve parlare a bassa voce. Vuole che le telecamere riprendano non più di quindici minuti (poi succede la baraonda… vedrete… Girotondi, gente che si prende per mano, calci nei sederi: inni alla vita).

Ieri nella riunione che ha voluto alle 17.30 col gruppo più che far rivedere cos’era andato o non era andato al mattino, la notizia è che ha voluto una certa disposizione delle sedie dei giocatori.

Si va direttamente in un concetto: la squadra è dentro e fuori dal campo, la squadra è un’idea più alta di undici giocatori più panchina. La squadra sono essere umani che vanno applauditi: lo fa ogni volta dopo un gol, ma sa trovare anche il modo di fare un rimprovero che non sia castrante o fine a se stesso: «Cicinho la palla non pesa quando crossi». La palla è un volo. Un tocco di prima. Un tocco per un compagno, un interscambio, non un lancio lungo, ma un dialogo, un guardarsi negli occhi e scoprirsi pronti all’abbraccio. Non è un modo di dire. Se l’immagine del primo Spalletti, di quel Castelrotto dove si è costruito mezzo sogno era l’immagine della porta portata porta a porta da tutta la squadra, quella di Luis Enrique è il primo esercizio fatto fare alla squadra: partivano in due, ma non erano abbastanza. Erano per mano e andavano a cercarne un altro, e poi un altro ancora. Fino a fare una catena umana. A un certo punto c’erano tutti i giocatori della Roma mano per mano. Nessuno si è accorto che il primo a tenderla è stato Luis Enrique. A un certo punto c’era solo la Roma che si abbracciava. Una squadra sola al comando.

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