Un germe di follia per una grande impresa

di Redazione, @forzaroma

(Il Romanista – P.Franchi) – Amo la Roma da troppi anni, buoni cattivi e così così, per non praticare il realismo, che è per definizione sano ma pure doloroso. Ero un ragazzino quando il mitico Tifone dell’avvocato Colalucci annunciò a tutta pagina:

“O quest’anno o mai più”, avevo passato la trentina quando Viola, Liedholm, Falcao, Ago e compagni il primo scudetto della mia vita me lo regalarono davvero. Dunque, pischellette e pischelletti miei, calma e gesso, come diceva quel tale. Non è un’impresa come tante altre questa in cui ci siamo imbarcati, è, almeno nelle intenzioni, una riforma così radicale da somigliare da vicino a una rivoluzione. E siccome anche di riforme mancate e di rivoluzioni fallite ho avuto modo di fare qualche esperienza, esorterei tutti, me per primo, a una certa prudenza. Dico prudenza, non pessimismo. Perché noi siamo gente fatta per riconoscersi nelle grandi imprese, e quella che si sta mettendo in cantiere potrebbe essere davvero una grande impresa. Se dovessi spiegare con un nome solo che cosa me lo fa credere, non avrei dubbi: Luis Enrique, Lucho per i suoi seguaci tra i quali sin dal primo momento ho avuto il piacere di annoverarmi. Lucho è un rivoluzionario. Non so se con lui attaccheremo in tre, in quattro, in otto o in undici portiere compreso. Ma credo di capire sin dai suoi primi passi in giallorosso che, come in tutti i rivoluzionari che si rispettano ci sono in lui sia un germe di visionaria follia sia un’attenzione minuziosa, direi maniacale al particolare. Del germe di follia abbiamo bisogno per lasciarci alle spalle una mediocrità che non compete alla squadra di Francesco Totti e ai suoi sostenitori. Dell’amore per il particolare (e il calcio, così come la vita, è fatto di particolari) abbiamo bisogno perché tutto questo non sia solo utopia, o chiacchiera oziosa. Mi hanno incantato le parole di Luis Enrique in conferenza stampa. Ma mi sono quasi commosso quando, nel primo allenamento a Trigoria, sotto un sole che spaccava le pietre, ha cominciato a tradurle impietosamente in pratica. E ancora più mi sono commosso ieri, quando, a Riscone di Brunico, ha riconvocato la squadra, prima dell’allenamento del pomeriggio, per analizzare passo dopo passo, in tv, quello del mattino. Lucho il rivoluzionario ha imparato dalla storia del secolo che abbiamo alle spalle, il secolo breve, che la rivoluzione non si esporta. Tradotto, vuol dire che non pensa di poter trapiantare qui il modello del Barcellona, anche perché sa benissimo che quel modello e quella mentalità non sono il risultato di qualche improvvisazione geniale, ma di una storia lunga e del lavoro certosino di generazioni. Però l’idea di calcio a cui si ispira e alla quale ha lavorato fino a ieri quella è: la più bella, la più coinvolgente, la più appassionante e, se permettete, la più democratica da non so quanto tempo a questa parte. Se è una via italiana, anzi, romana e romanista al Barcellona che ha in mente, io ci sto, e mi sento di poter dire: noi ci stiamo. “Un calcio associativo”, sintetizza lui. Anche questa definizione per così dire politica (se avesse detto: “un calcio collettivo” mi avrebbe convinto di meno) mi piace assai. Problemi ne abbiamo, aspettiamo la fine del mercato per capire se e come possiamo risolverli. Ma l’uomo c’è, e ha la testa, il che, ne converrete, davvero non guasta. Prepariamoci a sostenerlo anche quando le cose non andranno benissimo, e capiterà, perché di un grande cambiamento abbiamo bisogno come dell’aria per respirare, ma cambiare è un’impresa difficile. Prepariamoci a sostenerlo perché, se c’è uno che può riuscirci, si chiama Luis Enrique.

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