Se De Rossi si compra la maglia

di Redazione, @forzaroma

(Il Romanista – T.Cagnucci) Continua a essere un giorno lungo di nuvole e sole questo ritiro. Il silenzio plumbeo di Totti – interrotto da un lampo delle sue battute in serata -, le polemiche intorno, l’attesa di facce nuove prima di quella dell’angioletto spagnolo apparso di notte, i 9 o i 50 milioni che il City avrebbe offerto a Daniele che spuntano come un moloch da dietro queste montagne.

Eppure ieri sono successe tante cose romaniste. Franco Tancredi che esce dal campo per andare dai ragazzi del Commando che gli danno la maglietta col fulmine degli Ultrà Roma… Fa piacere al cuore. È bello vedere la faccia felice di Tancredi. È una faccia così romanista. Si sta togliendo un’ombra che ricopriva impropriamente uno dei nostri angoli più belli. Riporta qui il passato più grande. La nuova Roma ha un pezzo della Roma più bella dentro di sé. E si vede. Si vede bene da dentro. Le cose romaniste stanno dentro. Perché se tutto il mondo intorno polemizza, se è vero che i big pubblicamente non parlano, se è vero che ci sono tante situazioni da chiarire, è ancora più vero – perché è già così, mentre il resto è in divenire – che il gruppo è una squadra. Tutti, belli e brutti, scontenti o no, sereni, inquieti, filosofi e ragionieri, seguono lui. Luis. Perché lui, Luis non li allena ma tifa per loro.Ieri ha fatto una di quelle cose che poteva fare solo la squadra di Franco Tancredi: ha preso il megafono, ha fatto mettere l’inno e poi ha detto ai tifosi: «Questo fatelo per loro, i giocatori hanno bisogno di voi». C’è un giocatore che in campo non gioca ma tifa. L’allenatore che canta l’inno ne è encantado perché Daniele De Rossi non è solo un calciatore, ma vive la Roma dentro. Forse se andasse a Gijon non ce la farebbe a cantare la canzone dello Sporting. E forse nemmeno a farla cantare. In passato ha rifiutato persino più dei superfantamegamiliardi del City visto che una volta Beguiristain del Barcellona gli disse: «Scrivi la cifra che ti pare e poi firmiamo». Non firmò. E nemmeno ci pensò.

A De Rossi la Roma ha fatto un’offerta che non è ancora vicina alla sua richiesta, ma non gli ha offerto meno di quanto prende adesso. Non può. Non vuole. E nemmeno deve. Daniele De Rossi è un valore che soprattutto questa Roma non deve perdere. Se parli di rivoluzione culturale, di spirito donchisciottesco, se combatti la tessera del tifoso, se osi, se punti su determinati valori non puoi perdere il giocatore che li incarna più di tutti. De Rossi in questi giorni è concentrato, determinato, aperto, impensierito il giusto, incuriosito, impegnato nei nuovi metodi di allenamento. Il resto è Maurizio Costanzo show. Se a qualcuno interessa s’è fatto anche un altro tatuaggio (un triangolino a sfondo giallo, come il segnale di pericolo, con l’immagine di un calciatore che entra in tackle su un altro). Il rinnovo non è vicino, ma non è nemmeno lontanissimo, e non è un modo per non dire niente perché su De Rossi va detto tutto: deve restare. Qui c’è il suo elemento naturale. Ieri lo ha cercato. Ieri per la prima volta da quando sta a Riscone è uscito in mezzo ai tifosi. Andava e firmava, stringeva le mani, si riconosceva, pazientava, sorrideva. Non sembrava cortesia, ma più necessità. Era come l’acqua che andava al mare. Di Roma, no?

Poi in serata a Brunico il siparietto con Totti – visto che ultimamente s’è anche detto che hanno litigato, oltre a essere i due casi clinici della Roma– in occasione dell’asta delle maglie per la beneficenza. Col capitano che ha invitato la gente a offrire tanto per quella di De Rossi visto che «è la sua ultima maglia perché va via», e con Daniele che ha risposto: «A Francesco piace scherzare». Poi De Rossi la maglia se l’è comprata da solo. Non ce la farà mai a togliersela.

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