Se basta la citazione per finire alla gogna

di finconsadmin

(Il Messaggero – S.Cappellini) Dopo De Rossi, è toccato a Totti. Sospettiamo non sarà l’ultimo giocatore di primo piano a essere investito dai miasmi del ventilatore che si è messo in moto con la pubblicazione a puntate delle intercettazioni sul calcioscommesse.

Ora tocca ai calciatori il trattamento che in questi anni è stato riservato a politici, uomini di spettacolo, industria, finanza e, ciò che è peggio, a tanti cittadini comuni. Alcuni colpevoli, altri innocenti, ma intanto – nel dubbio – tutti trascinati a forza davanti alla sbarra dei media ingordi di brogliacci telefonici. Detenuto in attesa di giudizio, titolava un bel film di Nanni Loy con Alberto Sordi. Intercettato in attesa di giudizio, potrebbe essere il titolo di un degno remake. Anzi, ormai non serve nemmeno più essere intercettati per finire in cronaca (quando non in cella).

È sufficiente essere citati in qualche modo. Pure Totti è finito sui giornali per una telefonata ambigua. Ma al capitano della Roma, se possibile, è andata anche peggio che al compagno di squadra. Nel caso di De Rossi c’era una telefonata, non contenuta nell’ordinanza di arresto e che dunque mai avrebbe dovuto filtrare all’esterno, in cui il portiere Marco Paoloni faceva il nome del centrocampista della Roma come «gancio» per orientare il risultato di Genoa-Roma.

Nel caso di Totti siamo oltre: l’indagato Erodiani dice all’altro indagato Pirani che il giocatore del Lecce Corvia (non indagato) ha detto che «il capitano della giallorossa» ha detto che Fiorentina-Roma sarebbe finita con molti gol. Una citazione al cubo, dove Totti non è nemmeno nominato esplicitamente, una catena di Sant’Antonio del sospetto, un giro di chiacchiere in libertà che gli stessi inquirenti rubricano alla voce «millanterie» e che i quotidiani si sono affrettati a riportare prendendo le distanze dal contenuto, ma con una consistente dose di ipocrisia.

Perché quando il nome di una persona finisce sui titoli di giornali e tg associato a un’inchiesta dove il marcio c’è (è evidente a tutti, specie agli appassionati di calcio, che le partite truccate non se le sono inventate i pm e tantomeno i quotidiani), a poco serve che poi gli articoli contengano qualche cautela o si rifugino nell’uso del modo condizionale. Il danno ormai è fatto. Danno alla persona, ma soprattutto allo Stato di diritto, all’insieme di regole e tutele che dovrebbero garantire una comunità civile. Oggi la vera priorità dei magistrati che conducono l’inchiesta è tutelare la serietà del loro lavoro, innanzitutto impedendo che si trasformi sui giornali in una soap quotidiana zeppa di colpi di scena artificiosi e fuorvianti, secondo un copione troppo spesso andato in scena negli ultimi anni.

Ciò che più colpisce di questa vicenda è infatti lo scarto tra l’evidenza del problema (il calcio taroccato) e la fuffa delle cosiddette prove uscite da verbali e interrogatori, in particolare quelle che avrebbero dovuto estendere lo scandalo alla serie A. Ma le inchieste non si «allargano» con le voci e le dicerie, bensì con solidi indizi e partendo da capi d’imputazione ben individuati. Che devono essere supportati da prove prima del processo. Invece qui continuiamo a leggere di combine non riuscite, di partite finite diversamente rispetto ai piani della presunta cricca, di match definiti «truccati» ma sui quali – dicono le agenzie ufficiali – non si è registrato alcun flusso anomalo di scommesse. Al punto che molti lettori si saranno convinti di un’alternativa: o gli indagati sono le prime vittime delle loro stesse millanterie o si tratta, almeno per quel che riguarda le partite della serie A, della più pasticciona e inconcludente delle bande di scommettitori.

Il vero rischio è che questo mischione di notizie o presunte tali allontani dalla verità e dalla possibilità di celebrare un processo che faccia davvero pulizia nel calcio. Perché a dispetto di quanto sostiene una nutrita e trasversale scuola di pensiero, la pubblicazione a oltranza di carte, verbali e appendici varie non aiuta a fare giustizia. Al contrario, contribuisce a sollevare polveroni dove si confondono indagati e non indagati, colpevoli e innocenti, testimoni e complici. Polveroni dietro i quali è molto più facile ripararsi per chi ha davvero qualcosa da nascondere.

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