Quando il tifoso si fa poeta

di Redazione, @forzaroma

(Il Romanista – G.Manfridi) Questa Roma di Riscone è il nocciolo di se stessa; la polpa che frutterà è in procinto d’essere ma ancora virtuale.

La conosce forse la dirigenza (una governance dai tratti metafisici e che poco si manifesta), mentre i tifosi la fanno e la disfano senza tregua a misura della loro immaginazione; loro che qui stanno per amore e curiosità. Con la voglia di credere in ciò che ancora non si sa, e che ancora non si ha. Per assurdo, gli stessi i giocatori già acquistati stentano ad assumere una fisionomia ben delineata. Quella di Lamela, ad esempio, è bifronte: mitologica per gli ottimisti, marchiata da une recente retrocessione per i pessimisti. Il francesino Nego ha l’impalpabile natura di un baluginio fosforescente. Di uno che forse diventerà qualcuno. Sta a vedere quando. Bojan l’abbiamo preso, ma è in ritiro col Barcellona. Josè Angel, di vari Godot, è quello che invece sta per materializzarsi sul serio. Ma anche Godot annunciava sempre il suo arrivo per il giorno dopo. Emblematica, poi, la questione del portiere. Kameni preoccupa, le sue referenze lasciano perplessi. E’ provvisto per natura di una grande reattività, e le immagini che lo propagandano su Youtube sono strabilianti, come anche però certi suoi ammanchi di concentrazione.

In questo senso, è il giusto erede di N’Kono, che nei mondiali dell’82 portò per la prima volta tra i pali il fragore del nero. E’ stato capace di formidabili prodezze N’Kono, ma anche di topiche madornali. Per esuberanza, e addirittura per strapotere fisico. Il nostro gol del vantaggio contro il Camerun in quel di Spagna lo dobbiamo in gran parte a una sua incapacità di gestire la traiettoria di un pallonetto non troppo insidioso. Può sembrare scorretto che io voglia far pagare a Kameni, decenni dopo, gli errori del suo più importante predecessore, ma in parte è così. Al di là di N’Kono, quello del portiere è un ruolo che in Africa non ha mai prodotto una tradizione, il che significa molto. La bravura può essere un dono divino, ma la vera maestria deriva da una lunga trasmissione genealogica. Da uno stile che ci precede e che a nostra volta affiniamo sino a raggiungere quella vera forma che si fa sostanza. Dicono che Kameni piaccia in particolare per la sua capacità di giocare coi piedi. A me sembra piuttosto che i piedi gli servano per districarsi da impicci che non ha saputo risolvere con le mani. E in ogni caso Stekelenburg, per il cui arrivo noi tifosi tifiamo scopertamente, coi piedi è superbo, ma superbo davvero, sia per la sua capacità di aumentare il volume del corpo da opporre all’avversario, sia per come sa far ripartire la squadra evitando lo step di un primo portatore di palla che parta dalla difesa.

Jongbloed, portiere orange nei mondiali argentini del ’78, era un po’ così. Non per nulla si parla di scuola. In più, rispetto a Jongbloed, Stekelenburg sa gestire lo spazio della porta con grande efficacia. Vola poco, il necessario, e copre tutto ciò che c’è da coprire. E’ più sapiente che esplosivo, e ha una grande esperienza internazionale. Impossibile credere che, potendo scegliere, si passa davvero preferire Kameni a lui. Confido che la trattativa per averlo sia ancora in corso e che vada a buon fine, ma chi lo sa. Nell’attesa che tanti “chi lo sa” giungano a soluzione, va maturando una curiosa commistione tra la concretezza di giocatori che abbiamo in confidenza da anni, e che vediamo lavorare duro ma anche “con spensieratezza”, come ha detto Cassetti in conferenza stampa, e l’embrionale sviluppo di teorie calcistiche che amiamo credere innovative, ancorché vincenti. In pratica, il nuovo che al momento si respira è totalmente concettuale, e si chiama Luis Enrique, l’allenatore asturiano che con la sua idea di calcio dovrebbe suscitare quei brividi che in genere derivano dall’acquisto di un campione, di uno che i gol li fa e che non deve insegnare a farli fare. Perciò, i tifosi che si sono adunati qui in Val Pusteria dimostrano di avere un animo meravigliosamente poetico, poiché solo i poeti sanno interpretare l’invisibile come il forziere di un’autentica realtà.

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