Lucho l' ultras: “Mettete l' inno”

di Redazione, @forzaroma

(Il Romanista – T. Cagnucci) – Il sospetto era già forte, ma poi quando ha preso il microfono in mano in mezzo ai tifosi e ha chiamato l’inno è diventato certezza, fino a darne prova nel momento in cui s’è messo dietro allo stendardo-cult “Trabajo y Sudor”: Luis Enrique è un allenatore ultrà. Della Roma.

Ogni allenamento è una coreografia che non t’aspetti (perché l’importante è spiazzare), ogni gesto è votato a quello che dovrà succedere sul terreno di gioco, ogni stretta di mano è sincera, e se succede qualcosa lui è pronto a scendere in campo. Invasione sarà ed è stata quando Perrotta ha interrotto la partitella; lui si è tolto la maglia dello staff, si è infilata quella rossa dei rossi ed è diventato uno di loro. Uno di noi. Non c’è stata una mattina, un pomeriggio, un’occasione in cui il nuovo allenatore della Roma si sia sottratto ai tifosi: fuori dallo spogliatoio, prima di andare sul pulmino per il ritorno all’hotel Hinterhuber, si è sempre fermato a farsi fotografare e a firmare autografi. Roba non di minuti, ma di mezz’ore. Ed è sempre il tempo che fa la differenza.

Ieri ha deciso di andarsi a fare una partita al calciobalilla, è stato il suo “No” al calcio moderno (anche se moderno era il biliardino con ogni squadra composta di sette file). Quindi la scena più romantica di questa storia. Il “No” al calciobalilla moderno è arrivato dopo aver perso contro la squadra dei tifosi. Durante la partita c’era una canzone tipica di Gijon (anche se nessuno dei collaboratori ne conosceva il nome) finita la quale Luis Enrique è andato dallo speaker dell’evento a chiedere la parola, a chiedere un’altra canzone. Musica di una generazione. «Io vi ringrazio per questa canzone spagnola, ma adesso mettete l’inno». Roma Roma. Parte. Na-nananaaa-naa-nannana… Si alzano i cori. Il canto. Lui, Luis, lo accenna ma soprattutto guarda la gente che canta l’inno della SUA squadra. Si saltano un paio di strofe (che è sempre peccato mortale) ma diventa una fortuna così che l’ultima si può arrivare a cantare facilmente. È quella che richiede la rincorsa, quella che quelli che vanno allo stadio ogni tanto non sanno intonare, il “Roma Roma Roma” più strillato, da sfogo, da orgoglio sputato nel vento. Finisce col “c’hai fatto innamora’” che sembra una dichiarazione d’amore in diretta a un allenatore che ha conquistato tutti e subito. E’ stato splendido. È stato romanista. E poi è stato de più, si sa è possibile. Perché dopo che l’inno si è alzato, il mondo ha tremato, Luis ultras Enrique ha ripreso il megafono e ha parlato dal muretto a tutta la curva: «Grazie, ma tutto questo è per i giocatori. Ricordatevi loro hanno bisogno di voi. Forza Roma!». La prossima volta a chi non risponderà sarà lui a ricordargli: “ricordati che si risponde sempre”.

 

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