Lucho è il Re, Moreno il generale

di Redazione, @forzaroma

(Il Romanista – C.Zucchelli) – Una rivoluzione parte sempre dal basso. La rivoluzione romanista parte invece dall’alto delle montagne del Trentino. Da Luis Enrique e dal suo staff.

Hanno programmato gli allenamenti a Riscone nei minimi dettagli e si vede. Lo percepisci appena metti piede al campo sportivo che non sarà qualcosa di normale. Lo percepiscono gli addetti ai lavori, che durante il torello con le mani intrecciate si interrogano curiosi. Lo percepiscono i tifosi, che quando la squadra è in cerchio, sempre mano nella mano, intonano un “Giro giro tondo…”. L’ultima volta che lo avevano fatto era stato dopo una vittoria in Coppa Italia contro la Juventus. Era la Roma di Spalletti, simile – tanto simile – a questa che Luis Enrique sembra plasmare a sua immagine e somiglianza. Non negli schemi – il tecnico toscano voleva verticalizzazioni improvvise, quello spagnolo privilegia il possesso palla e la circolazione – quanto piuttosto negli atteggiamenti. Nell’entusiasmo. Nella voglia di fare calcio. «Vogliamo far divertire», il manifesto di Luis Enrique qualche giorno fa. Le premesse ci sono tutte. Anche perché divertimento non fa rima con rilassamento: a Riscone si suda e anche tanto. Due ore – di fuoco – la mattina. Un’ora il pomeriggio. In mezzo il pranzo, tutti insieme in un’unica tavolata, e un po’ di riposo per la squadra. Non per Luis Enrique e il suo staff, che si sono fatti accompagnare al campo un’ora prima dell’inizio dell’allenamento pomeridiano. La loro è una cura maniacale per i dettagli: l’acqua deve essere a bordo campo e portata immediatamente a disposizione dei giocatori, il campo va annaffiato in determinati momenti, chi è sulla pista d’atletica deve tenere il cellulare spento, o senza suoneria, e parlare a bassa voce. Le regole valgono per tutti. Soprattutto per i giocatori: Luis Enrique li coinvolge, cerca di farli divertire, ma pretende massima concentrazione per tutto il tempo. «Forza, forza», grida continuamente in italiano e spagnolo. Ha gli occhiali da sole, gli scarpini bianchi e neri della Nike, se non fosse per la diversa divisa sembrerebbe un giocatore. Il fisico è impeccabile, come si nota quando, al termine dell’allenamento mattutino, rimane soltanto con una maglietta bianca. Corre e suda coi suoi ragazzi, sta sempre in mezzo a loro. Lo fa al mattino, quando l’allenamento inizia alle 10.30 con un torello mano nella mano e prosegue con slalom tra i paletti ed esercizi di possesso palla. Totti e Vucinic vengono sempre schierati uno accanto all’altro. Il Capitano regala perle, al mattino come al pomeriggio. Quando apre il gioco in maniera splendida per Pizarro, Luis Enrique esclama: «Che meraviglia». Applausi. Gli stessi che la squadra fa ogni volta che porta a termine un esercizio. Sempre, rigorosamente, col pallone. E sempre, rigorosamente, con la voglia – e l’ordine – di non perderlo mai. Tutti devono tenerlo. Quando Cicinho tiene in campo la palla e poi fa bene uno schema, nel silenzio si sente: «Bravo, ripeti ripeti così». Non lo dice Luis Enrique – a lui spesso basta uno sguardo seppur coperto dagli occhiali da sole – ma il suo assistente, Moreno Gonzalez Robert. E’ giovane, ha 34 anni, in campo è la persona più vicino all’allenatore. Esegue le sue disposizioni, parla spesso con i più giovani (a proposito, è di Caprari il primo gol in partitella) ha sempre una cartellina con disegnato sopra un campo da gioco. Ci sono schemi e numeri, indecifrabili per i comuni mortali. Alto un metro e 81 per 88 chili, viene dal Damm del Barcellona (cioè gli Allievi Nazionali) ed attualmente è il più giovane della storia della Catalogna ad aver conseguito il titolo nazionale di allenatore. Aveva appena 24 anni, sono già passati dieci anni. In cui ha acquisito esperienze e capacità. Luis Enrique si fida di lui. E’ andato a Trigoria cinque giorni prima rispetto agli altri per preparare il ritiro, è lui che vede le immagini degli allenamenti riprese dalle telecamere e le monta per poi vederle con l’allenatore e i giocatori. Come è successo ieri. Come succederà ancora. Perché Moreno, così come Luis Enrique, promette di essere solo all’inizio del suo lavoro. E le sorprese sono ancora tante.

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