I novant’anni di Amadei: il “fornaretto” giallorosso vinse lo scudetto del ’42

di Redazione, @forzaroma

(La Repubblica – M.Pinci) Quando a poco più che 15 anni si agitava sul prato di Campo Testaccio con addosso la maglia giallorossa, per tutti era semplicemente il “fornaretto”, ricordo dei quel forno di famiglia dalle parti di Frascati. Oggi, invece, Amedeo Amadei è qualcosa in più.

A novant’anni, li compirà martedì, la sua è senza dubbio la più antica memoria storica di quello che oggi rappresentano Totti e De Rossi: una memoria più antica ancora della Roma, che venerdì ha soffiato simbolicamente sulle sue prime 84 candeline, e che da sempre ha scelto di farsi rappresentare da ragazzi cresciuti tra le sue strade, ai piedi dei suoi monumenti. E che a lui, come a Totti cinquantanove anni più tardi, ha concesso anche la gioia più grande: uno scudetto – il primo della storia giallorossa – festeggiato con la maglia sognata da ragazzo.

 

Era il maggio del ’42. Il giorno degli ottant’anni, dieci estati fa, Amadei lo festeggiò nuovamente da campione d’Italia. Solo da tifoso, però. Ma un tifoso speciale. Perché quando il 2 maggio del 1937, a 15 anni mise piede mai battuto», confida l’ormai ex “fornaretto”, che una volta smessi scarpini e casacca ha ripreso con successo l’antica attività di famiglia. Oggi, invece, si gode nipoti e pronipoti:«Festeggerò con loro, con i miei figli, voglio invitare anche il sindaco, è un mio amico», spiega Amadei. Che, con il calcio, non si è certamente arricchito, anche se grazie al pallone ha avuto la possibilità di aiutare la famiglia a ricostruire il forno distrutto dai bombardamenti: «L’anno dello scudetto mi pagarono, bene, mille e 800 lire, più il premio scudetto. Ma quando iniziai prendevo 450 lire». Abbastanza per soddisfare le necessità di un ragazzo. E per riparare la prima gomma bucata: «Al provino mi presentai in bicicletta, al ritorno dovetti prendere un passaggio da un carretto: avevo forato. Ai miei della Roma non dissi niente, non avrebbero voluto che andassi a giocare a pallone». In giallorosso, ha giocato complessivamente 234 partite, con 116 gol, tra il ’37 e il ‘48. In mezzo anche una squalifica a vita per rissa, successivamente cancellata.

Poi, il saluto alla città che lo aveva cullato da sempre per passare all’Inter, nonostante il corteggiamento del Grande Torino. Un cambio di maglia che non gli servì però per ingraziarsi le simpatie dei commissari tecnici azzurri: con la maglia dell’Italia, solo 13 partite e 7 gol. «Una volta preferivano i giocatori delle squadre del nord, a me non è bastato neanche quello». Forse, troppo identificato come simbolo di Roma.

Meglio vestirsi con un altro azzurro, quello del Napoli: 171 presenze e 47 reti, prima di abdicare per sposare prima la panchina partenopea, poi addirittura quella della nazionale femminile. A titolo gratuito. Roma, però, non lo ha mai dimenticato: un campo sportivo a Frascati intitolato al suo nome, soprattutto il Roma Club della zona di casa dedicato lui, che ne è anche stato eletto presidente onorario. Chissà oggi, a 75 anni dal suo esordio in serie A, cosa pensa Amadei di una Roma che torna a puntare sui giovani. Com’era lui: «Spero che funzioni – dice oggi – ma con i ragazzi bisogna fare attenzione perché è facile si montino la testa. Certo che il calcio, oggi, è tutta un’altra cosa». Almeno su questo, nessuno può avere dubbi.

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