E Sensi soffiò Batistuta a tutti: mossa decisiva per la conquista dello scudetto

di Redazione, @forzaroma

(Corriere dello Sport – F.N.Massuero) – Pungolato oltremodo da un ambiente nei suoi confronti allora non proprio bendi­sposto e accomodante, causa prima i suc­cessi, recenti quanto certo brucianti, dei cugini, il presidente Sensi si risolveva a svuotare i forzieri capienti della Lupa onde allestire una squadra da autentico primato.

Innervatane ovunque la struttura di linfa fresca, vitale e cristallina, il pressato, ar­dente patron infine perseguiva, per scardi­nare catenacci serrati e violare difese co­riacee e ben munite, l’obiettivo di reclutare gli indispensabili servi­gi di un supercannonie­re illustre, collaudato e ardimentoso. Il sommo dirigente della Roma lanciava fiero, sudando forse freddo al contempo, sul mercato, un’offerta da far vibrare assai forte vene e polsi: sgretolando, a colpi di miliar­di di lire sonanti ancora in corso, la concor­renza sparuta, confusa e intimidita, conclu­deva l’ingaggio, davvero strabiliante, del leggendario bomber, di passaporto argenti­no, “ Re Leone”. Batistuta venne così estirpato, a inizio di millennio, dal decennale amore, straripan­te, inebriante e convulso, di Firenze. Barda­to in viola, conduceva, generoso, caparbio ed irruente, i compagni al felice arrembag­gio sportivo e alla ventura. Perforava i por­tieri nemici con cadenze incalzanti e ritmi
francamente impressionanti: mieteva reti a raffica, sicché ritenne di celebrare le marcature, frequenti e decisive, realizzate mimando ai tifosi festanti il gesto, simboli­co e nel felice contesto peraltro entusia­smante, di sventagliate, gioiose ed innocen­ti, su in alto verso il cielo, di mitraglia.

Adorato dal passionale, ma insieme selet­tivo, esigente pubblico del Giglio, fu da que­sto omaggiato perfino di una statua, alle sue memorabili imprese di calcio dedicata, campeggiante, imponente e gagliarda, presso la curva più calda, all’interno, già comunque rovente, dello stadio.

Approdato alla corte gestita con pragma­tico acume da Capello, il trentunenne eroe di Reconquista riprendeva a spedire pallo­ni nel sacco a profusione, sospingendo i giallorossi colleghi sulla vetta. Segnava tan­to e sparava in aria a salve, innescando la miccia del gaudio e del tripudio popolari. L’arma virtuale si inceppò in una notte au­tunnale all’Olimpico, contro la Fiorentina: realizzato in extremis, con splendida pro­dezza, il punto dell’incontro decisivo, Bati­gol, gettato via il fucile, tentava di celare invano al mondo impertinente lo sgorgare di prorompenti, copiosi lucciconi.

Smaltite le umane, nobili scorie del viola sentimento, il prode Gabriel Omar riprese a tempestare, con spunti vittoriosi e deva­stanti, le barriere opposte, perlopiù vana­mente, dai rivali. Conseguì venti centri, ta­gliando poi raggiante, con indosso la ma­glia diciotto della Roma, il nastro del suc­cesso tricolore.

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