Dopo la firma la foto ricordo all’Olimpico

di Redazione, @forzaroma

(Il Messaggero – B.Sacca) Erik Lamela gioca sempre. In campo, tratta il pallone come un amico; a Roma, invece, ha preferito il nascondino.

L’argentino, classe ‘92, ha deciso (non solo lui) di condurre una vita da stella del cinema, durante il soggiorno nella capitale. Vetri scuri, poliziotti, luoghi isolati e depistaggi: un apparato di sicurezza degno di un ambasciatore.

Anche quando – in incognito – ha chiesto di poter raggiungere lo stadio Olimpico per scattare una foto con il cellulare, poco prima di recarsi al Gemelli per le rituali visite mediche. Lamela, accompagnato dal padre, è arrivato a Roma nella serata di giovedì con un Eurostar proveniente da Milano, optando subito per un albergo lontano dai riflettori.

Un’oasi di pace come prima residenza romana, insomma: il Mancini Park Hotel Quadrifoglio, incastonato a metà strada tra la città e il mare, a un passo dalla Pontina. Erik e il papà Josè hanno trascorso gli ultimi due giorni all’interno della struttura, rimanendo sempre distanti dagli occhi dei curiosi: hanno solamente ricevuto le visite del dirigente giallorosso Tonino Tempestilli e di alcuni componenti del clan del ragazzo. «Non possiamo parlare perché la Roma non vuole», ha ripetuto mille volte Josè Lamela.

Il figlio ha ingannato l’attesa con il nuoto, e scrivendo dei messaggi attraverso i social network. C’è stato pure il tempo di firmare autografi a qualche cliente dell’albergo. Niente di più, però. Lamela ieri ha vissuto una giornata che è cresciuta di intensità con il trascorrere del tempo. L’hotel Quadrifoglio era un deserto, durante la mattinata: poche auto, qualche turista tedesco, i rumori della Pontina in lontananza, echi dell’esodo verso il litorale.

Il nuovo giocatore della Roma ha fatto colazione insieme con il padre, tornando quindi a asserragliarsi in camera: computer e riposo per smaltire il fuso orario. Nei giardini dell’albergo, solo il vento. «Lamela? Chi? Non esiste nessun Lamela qui», bluffava il portiere dell’hotel. «E’ lì, invece», assicuravano nell’albergo vicino.

Invece era proprio lì, lo dimostrano le foto in costume a bordo piscina. Il caldo mordeva. E Lamela, un ragazzo di 19 anni, ha ceduto di fronte a una temperatura di quasi 35 gradi, concedendosi un tuffo in acqua. Ha lasciato la palazzina Glicine, a mezzogiorno, dirigendosi verso la piscina insieme al padre. Uno strappo alle regole, considerando che tutti coloro i quali erano nel viale di ingresso della struttura hanno potuto osservare la scena. Erik, costume e occhiali da sole, è tornato in camera dopo un’ora, avendo dedicato qualche istante al campo da calcio che si trova alle spalle dell’hotel. Poi, l’entourage del calciatore ha chiesto di poter intensificare la vigilanza: due uomini hanno allora cominciato a presidiare ogni varco, esibendosi anche in alcuni controlli a tappeto sulle persone presenti nei giardini e nel patio della struttura. Non solo, però.

Poco più tardi, si è aggiunta anche una volante della polizia, destando più di qualche curiosità nei dipendenti del Mancini: si trattava di un calciatore di 19 anni, in fondo. Lamela è quindi scomparso per oltre mezz’ora – il tempo di una doccia – presentandosi intorno alle 14 in polo chiara e jeans: nel silenzio, è salito a bordo di un’auto della Roma diretta verso lo studio Tonucci. Nessun tifoso a curiosare o a tentare di strappare un autografo, ma solo un mare di centauri confluiti per un ritrovo. Erik, nascosto dai vetri scuri, ha poi raggiunto il Grand Hotel di via Veneto – tra decine di guardie del corpo – dirigendosi infine verso il policlinico Gemelli per svolgere le visite. Prima, però, la foto all’Olimpico, il suo nuovo stadio. Domani Erik tornerà a casa. «Felice», ha confidato. Ma sempre con la voglia di giocare.

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