Daniele, quando il calcio diventa amore

di finconsadmin

(il Romanista – M.Izzi) “Conta solo la maglia” … capisco cosa intende chi lo dice e lo rispetto, ma non ci ho mai creduto. Conta e come, chi indossa la maglia, chi ne sa tradurre sul campo l’essenza profonda.

Un conto è la maglia giallorossa indossata da Francesco Rocca, un conto la stessa maglia vestita da Emerson. Il calcio moderno ha frantumato la lingua comune che univa atleti e tifosi. I calciatori parlano un altro idima, incomprensibile per chi, sugli spalti, continua a coniugare i verbi “lottare” e “amare”. De Rossi è uno dei pochissimi ad aver conservato questo stesso linguaggio.

Se il calcio si è trasformato nel circo di Buffalo Bill, Daniele è un indiano autentico. Se gli altri recitano un ruolo, lui non ne ha bisogno, si limita a far avverare, in campo, il sogno di un bambino, la sciarpa da tifoso portata al collo in curva. Gli altri attori, magari, provengono dall’accademia, non sbagliano il sorriso verso la telecamera, sono sempre inappuntabili, pettinati, maestri del fair play. Daniele ha un fuoco che gli brucia dentro e ogni tanto gli capita di sbagliare, di alzare il gomito un millimetro di troppo. Come fanno i tifosi a non volergli ancora più bene per questo? Non conta solo la maglia, ma anche i muscoli, il cuore, di chi l’indossa. A partire da quella maglia numero “27” vestita il 20 ottobre 2001 contro l’Anderlecht, in Champions League, nel debutto in competizioni ufficiali.

La maglia di un predestinato, che quella casacca ha saputo farla esplodere di forza. Era sempre nel mese di ottobre, quando rifilò il gol del 3-3 all’Inter. Il 3 ottobre 2004, ricordate? Scaraventò la palla in rete e corse sotto la Curva, la sua maglia numero 4 era quasi strappata a metà, sbrindellata e lui la impugnò come un vessillo, con rabbia, furore, urlando la sua gioia e quella dei tifosi. De Rossi è forza, furore, ma anche umiltà, come la maglia numero 14 che indossò per l’addio al calcio di Vincent Candela. Lui, campione del Mondo, si spostò in un cantuccio per fare da comprimario ad un amico, ad un grande romanista che lasciava.

Lo sollevò sulle sue spalle, sotto la Curva …. ricordate? Quanti numeri sulla stessa casacca, anche il numero della sconfitta, come il 16 casacca nera del rigore sbagliato a Manchester. Dopo l’errore si coprì il volto con la maglia Daniele, perché la maglia è l’ultima protezione, il vessillo che non si ammaina mai, soprattutto nella sconfitta …. ricordate? C’è poi il numero dolce della vittoria, come il 4 della Nazionale, prima del rigore a Barthez nella finale mondiale. Che orgoglio nel vedere uno di noi, Daniele, insieme a Francesco in cima al mondo …. ricordate? E si, perché uno come De Rossi la maglia della Roma non la sfila neanche in Nazionale, quando ad agosto del 2010 chiede, se possibile, di avere la numero 5: «Come Falcao». La chiede perché ha qualcosa da ricordare, un linguaggio dell’anima che non s’impara, non s’inventa. E voi, dunque, ricordate? Perché se non ricordate nulla di tutto questo, siete tra quelli che possono aver dubitato di De Rossi solo perché hanno letto e non capito un’Ansa.

Ai tifosi della Roma non serve un pezzo di carta per sapere chi è De Rossi, né una smentita di un procuratore della Repubblica. Se non ricordate nulla siete figli del calcio della televisione e che lo sappiate o no, la vostra ultima speranza sono gli uomini come Daniele De Rossi, quando non ci saranno più, rimarrà solo il circo con i suoi clown, le ballerine, i bravi presentatori …. sarà tutto perfetto, finto, senza memoria, la maglia, allora, sarà solo dello sponsor, ma alla Roma di De Rossi, Totti e dei tifosi, questo non potrà accadere mai.

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