Da Gasperini e Conte a Luis Enrique le «grandi» si affidano alle scommesse

di Redazione, @forzaroma

(Il Tempo – G.Giubilo) Santoni non sono più disponibili. Sarà anche vero che la pacchia non abita più qui, innegabile però che le panchine del nostro campionato sono sempre più votate all’autarchia, avvicinando per altro pericolosamente la tendenza all’anonimato.

E questo indipendentemente dal valore dei tecnici italiani: quello medio è certamente di livello superiore, in base al raffronto con i tornei dei Paesi calcisticamente più evoluti, dalla Spagna all’Inghilterra, dalla Germania alla Russia, dalla Francia al Portogallo, che tra l’altro hanno con successo raccolto, anche negli anni recenti, pregiati prodotti del nostro orticello. Non soltanto un leader carismatico di primo piano come Fabio Capello, ma allenatori che da tempo relativamente breve si erano proposti alla ribalta. Dopo i dignitosi tentativi di Gianluca Vialli e di Claudio Ranieri, la popolarità per Carlo Ancelotti chiamato a gestire i forzieri di Roman Abramovich.

Adesso quella che Roberto Mancini si è guadagnato portando in Champions il City degli Emiri e firmando quella FA Cup che in Inghilterra vale anche di più di un trionfo nella Premier League. A San Pietroburgo, Luciano Spalletti si è ripreso quei trofei che a Roma gli erano sfuggiti, non sempre per limiti suoi o della squadra, adesso lo Zenit è divenuto un’attrattiva anche per campioni che alla Russia mai avevano dedicato particolare attenzione. Nello scorso campionato, il solito avvento degno di attenzione, per il palmares del protagonista, era stato quello di Rafa Benitez all’Inter, pochissimo premiato dall’inattesa vocazione sparagnina di Moratti e modello di dignità nel volontario distacco. Il sorprendente doppio salto mortale di Leonardo aveva riportato a due il numero dei tecnici stranieri, l’altro era Sinisa Mihajlovich, prima che l’arrivo di Simeone al posto di Giampaolo riproponesse la cifra perfetta, tre, non particolarmente esaltante. Molti tecnici collaudati, da Delneri a Reja, da Gasperini a Ventura, da Malesani a Ranieri, a Guidolin, Mazzarri, De Canio, Delio Rossi. Qualcuno senza concludere l’avventura, altri col fiatone per la chiusura, con qualche singolare salto della quaglia, vedi i casi di Iachini e Delio Rossi.

Non si è sostanzialmente modificato il panorama per la stagione ormai prossima al via, le icone rimangono estranee, nonostante quache timido tentativo di recuperare Ancelotti e Capello, che a Londra vivono alla grande. Rispetto a dodici mesi fa, quando nessuno degli allenatori schierati alla partenza aveva mai conquistato uno scudetto, stavolta almeno questo privilegio può vantarlo Allegri, capace di centrare un’impresa: campione al primo approccio con una panchina illustre. Resta il contributo di esperienza garantito da Reja, ma anche da Mazzarri, Gasperini, Guidolin e Colomba, da seguire con curiosità l’avventura, di intenso livello emotivo, che Conte vivrà al titmone della sua Juve. Un augurio di cuore per romanisti autentici come Di Francesco, a Lecce, e soprattutto Vincenzo Montella, che sulla panchina catanese avrà il bilglietto da visita di più giovane allenatore della Serie A. Ma il prestigio acquisito in una storia calcistica straordinaria invita a seguire con attenzione Luis Enrique, grande sogno della Roma e del suo popolo.

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