De Vito, 90 giorni in carcere: “Questa si chiama tortura”

De Vito, 90 giorni in carcere: “Questa si chiama tortura”

La sorella del presidente dell’assemblea capitolina: “La legge non è uguale per tutti”

di Redazione, @forzaroma

La legge non è uguale per tutti“. È il pensiero di Francesca De Vito, sorella del presidente dell’assemblea capitolina Marcello De Vito che ha raggiunto i tre mesi di detenzione nel carcere di Regina Coeli, arrestato per corruzione lo scorso 20 marzo nell’ambito di un filone dell’inchiesta sullo stadio della Roma. La consigliera alla Regione Lazio per il M5s si è sfogata ieri su Facebook definendo una tortura quella subita dal fratello.

Oggi sono 90 giorni – ha scritto Francesca De Vito – In Italia è consentita la carcerazione preventiva durante le indagini in tre casi: pericolo di fuga e conseguente sottrazione al processo ed alla eventuale pena, pericolo di reiterazione del reato e pericolo di turbamento delle indagini“.

Ed ecco partire l’accusa: “Differentemente si chiama tortura – aggiunge – Di tanti corrotti, stupratori, assassini, mandati agli arresti domiciliari, o lasciati sui loro scranni, solo a lui è stato riservato un trattamento speciale. Questo non può essere un caso personale ma una vicenda giudiziaria“. È di pochi giorni fa infatti la notizia dell’istanza di scarcerazione respinta dal gip del tribunale di Roma. In carcere c’è anche l’avvocato Camillo Mezzacapo mentre è agli arresti domiciliari l’imprenditore Gianluca Bardelli.

Secondo le motivazioni dei giudici De Vito agiva “barattando il suo ruolo, operando in maniera tale da funzionalizzare i propri poteri agli interessi dei privati, mostrando una elevata capacità di incidere ed indirizzare gli atti espressione di uffici formalmente diversi dal proprio“.

E inoltre “nel caso di specie risulta evidente che il De Vito ha attivato ed agito proprio sulla scorta dei propri poteri e della propria funzione istituzionale intervenendo direttamente sugli assessori ed i relativi funzionari amministrativi“.
(S.Pierini)

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