Progetti, scandali e arresti: un pasticcio lungo nove anni

Il primo annuncio è nel 2012: “La nuova casa dei nostri tifosi sarà inaugurata da Francesco Totti”

di Redazione, @forzaroma

Nove anni di rinvii, rimpalli, dubbi, trattative, vertici a porte chiuse e strette di mano a favore di telecamere e taccuini. Per arrivare a un gigantesco nulla di fatto e non senza colpi di scena. Per raccontarli tutti, scrive ‘La Repubblica’, bisogna riavvolgere il nastro e tornare al primo annuncio della Roma: “La nuova casa dei nostri tifosi sarà inaugurata da Francesco Totti”. È il 2012 e, nelle idee dei giallorossi, lo stadio sarà pronto per la stagione 2016/17. Mai previsione si rivelerà più errata, perché alla celerità dell’ex sindaco Ignazio Marino sono destinati a sovrapporsi le continue contorsioni di Virginia Raggi. Per i 5S, l’impianto è stato prima “un regalo ai privati”. Poi un progetto da sistemare e “fare bene”. Come? La versione 2.0 del progetto si ottiene sottraendo al masterplan le torri disegnate da Libeskind e sostituendole con sette palazzine più basse.

Un taglio di cubature da cui è partita la lunghissima trattativa sulle opere pubbliche. Ma vanno ancora raccontati il braccio di ferro andato in scena nella conferenza dei servizi in Regione, le dimissioni dell’assessore all’Urbanistica, Paolo Berdini, e l’arrivo a Roma di Luca Lanzalone. Si arriva poi al taglio delle cubature. Ma i consiglieri grillini non si fidano: chiedono alla sindaca di far esaminare il progetto e l’assetto trasportistico del quadrante di Tor di Valle dal Politecnico di Torino. Il 13 giugno 2018 è il giorno degli arresti per l’inchiesta Rinascimento: finiscono in manette Luca Parnasi, costruttore proprietario dei terreni e partner dell’As Roma nell’impresa stadio, e Lanzalone. L’accusa è di corruzione. Il conto finale è di 9 arrestati e 35 indagati. Virginia Raggi ordina una due diligence che si conclude positivamente. Tanto che il 5 febbraio 2019 la sindaca annuncia in conferenza stampa che “lo stadio si farà”. Si va avanti, si butta giù la convenzione. Poi pandemia e vecchi pignoramenti impongono l’ennesimo stop.

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