La A non cambia rotta: addio al made in Italy. Arrivano altri 65 stranieri

Addio al “made in Italy”, la Babele della serie A continua a disdegnare il prodotto interno e a rivolgere attenzioni e capitali verso orizzonti lontani.

di finconsadmin

Addio al “made in Italy”. La Babele della serie A continua a disdegnare il prodotto interno e a rivolgere attenzioni e capitali (o quel che ne rimane) verso orizzonti lontani. Certo l’esito sconfortante degli azzurri nell’ultimo Mondiale non ha reso più trendy il movimento di un paese precipitato nel ranking Uefa e incapace di produrre risultati su scala internazionale dall’ormai lontano 2010, almeno a livello di club. Anche per questo, forse, la serie A – tutta o quasi – preferisce operare nel circuito delle importazioni. Il risultato, una (nuova) invasione: delle oltre 150 operazioni effettive di rafforzamento (tale almeno vorrebbe essere) addirittura 103 hanno sin qui riguardato calciatori non italiani. E in estate sono sbarcati nel massimo campionato italiano 65 nuovi calciatori stranieri: altri 38 giocavano già nel nostro paese, magari in categorie diverse, e hanno cambiato maglia. A breve se ne potrebbero aggiungere altri: il greco Manolas vicinissimo alla Roma, come il colombiano Balanta. E due dei migliori azzurri, Immobile e Balotelli, hanno salutato da tempo. Chi vuole rinforzarsi, insomma, non guarda in Italia ma cerca il nome giusto all’estero. Soprattutto le big: il Milan ha importato Menez, Alex e Diego Lopez, la Juventus Evra, Morata e Coman, l’Inter M’Vila, Medel e Vidic, la Roma Cole, Keita e Uçan, il Napoli Koulibaly, De Guzman e Michu, la Fiorentina Basanta, Tatarusanu e Marin. Evidentemente in Italia non sono riuscite a trovare nulla di meglio.

Una conferma, semmai ce ne fosse stato bisogno, delle indicazioni già limpide arrivate dall’ultimo campionato, con gli italiani costretti a particine e comparsate: il 53,7 per cento dei calciatori protagonisti sui campi della serie A 2013-‘14 erano stranieri. Percentuale sostanzialmente sovrapponibile per quelli che popoleranno la prossima “temporada”: ad oggi, dei 588 giocatori tesserati dai club italiani 314 arrivano da fuori, più del 53 per cento. La società più xenofila è proprio quella Lazio a cui il presidente Tavecchio aveva “venduto” in quell’infelice frase sulle banane il fantomatico Optì Pobà: se il campionato iniziasse oggi il club del presidente Lotito si presenterebbe ai nastri di partenza con 26 giocatori non italiani sui 32 tesserati per la prima squadra. Più dell’80 per cento della squadra, per rendere l’idea, non è cresciuta a pizza e pastasciutta. E non pensiate sia un fenomeno isolato: l’Inter di stranieri in rosa ne conta 24 su 30, l’Udinese 25 su 34, 25 su 35 la Fiorentina. E se Juve e Milan non superano i 14 calciatori esteri in organico – circa la metà del totale – nel “roster” di Roma e Napoli se ne contano fino a 20. Solo per fare un paragone, nella Liga spagnola il numero di giocatori non spagnoli registrati non arriva a 200 (sono 195) sui 506 tesserati: solo il 38,5 per cento, e anche in Germania non arriva al cinquanta (46,8) con 244 non tedeschi su 521 tesserati. Le rose di Bayern e Real, Barcellona e Dortmund, non superano i 14 elementi provenienti da fuori. I catalani nell’esordio di campionato contro l’Elche contavano addirittura 13 spagnoli tra campo e panchina. Solo la Premier fa peggio di noi: 67 per cento di non inglesi, numero che però comprende anche scozzesi, gallesi e nordirlandesi, “stranieri” solo calcisticamente parlando. La politica dei club svuota le nazionali, anche Conte lo sa tanto da ammettere: «I giocatori che avrò sono gli stessi del Mondiale». Poco ricambio, insomma, e poche novità dal campionato. Ma cosa spinge le italiane a investire principalmente all’estero? Intanto, le norme: per acquistare dalla nostra federazione ogni operazione deve essere garantita con fideiussioni bancarie, presupposto da cui sono svincolati gli affari condotti con altre federazioni, che dunque consentono di portare più agevolmente a termine un trasferimento. In più, in alcuni paesi si può risparmiare sull’Iva, come ad esempio in Brasile. Uno dei mercati più floridi del mercato internazionale. E da cui le italiane attingono con più facilità.

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