La maledizione di una partita che non finisce mai

Dopo 34 anni dalla finale dell’Olimpico, alcuni tifosi giallorossi hanno aggredito i supporter dei Reds sotto la Kop

di Redazione, @forzaroma

Nella folle deriva ultrà esistono anche vendette covate per 34 anni. Coltellate ricevute, dunque promesse e restituite tre decenni dopo. Nell’orgia di sangue senza tempo, può accadere che un pover’uomo di 53 anni si ritrovi con la testa fracassata a cinghiate dalla parte della fibbia solo perché è un tifoso del Liverpool, e solo perché 34 anni fa il Liverpool vinse la Coppa dei Campioni a Roma: prima, una memorabile partita di calcio chiusa dai rigori funesti per gli italiani; poi, una spaventosa caccia all’inglese nei vicoli attorno all’Olimpico, terra di nessuno quando c’è la partita. Sangue che promette morte, la quale si sa non ha fretta. E ha atteso a Samarcanda, cioè allo stadio di Anfield, il povero Sean Cox che la sera dell’Olimpico di anni ne aveva appena 19 e tutta una vita davanti. Come riportato nell’edizione odierna de “La Repubblica”, i suoi presunti aggressori quella sera non erano neppure nati. È come un nodo maledetto che stringe i destini, dove Liverpool è una parola che mette paura.

Nessuno potrà mai cancellare la memoria dell’Heysel, quell’orda di barbari ubriachi che si abbatté su tranquilli tifosi inermi con l’unica sventura di essere nel posto sbagliato, il famigerato settore Z di uno stadio che era solo una sgangherata gabbia di polli, una trappola che lasciò sul prato 39 cadaveri, 32 dei quali italiani. Secondo la plausibile letteratura ultrà, l’immane violenza degli hooligans era stata innescata proprio dalla caccia all’uomo di un anno prima, quella di Roma. Una vendetta fresca e feroce che si è poi rinnovata ad ogni incrocio tra noi e loro, come nel 2001 e nel 2002 ancora tra giallorossi e rossi. Sempre botte, e agguati, e lame, anche se quella volta solo per le “puncicate” che non ammazzano ma rovinano, dilaniando le carni. Dopo l’Heysel, venne vietato ai club inglesi di giocare in Europa ma questo non impedì scontri tra barbari durante Italia ’90. La fermezza della signora Thatcher contribuì ad attutire gli impatti, e molto fece la costruzione di stadi moderni con tanto di celle incorporate: chi sgarrava, in gabbia subito e a processo il giorno dopo. Ci si illuse che l’hooliganismo fosse stato sconfitto, invece era solo brace sotto la cenere.
Stavolta però è diverso, stavolta gli hooligans siamo noi. Una spedizione punitiva temuta dalla polizia italiana, perché si sa quasi sempre quando dall’Italia escono “quelli brutti”, ma se non hanno un Daspo non li si può bloccare, sarebbe contro la legge. Al massimo si può tentare una marcatura a zona, quasi sempre infruttuosa: se va bene sono soltanto botte, ma se va male ci scappa il morto. Nella logica assurda della faida, tempo e spazio non sono un problema: si aspetta il giorno giusto, l’anno giusto, e si colpisce dove capita. Poi ci sono le fatalità, le tragedie favorite dalla leggerezza, dall’incompetenza, anche se sorprende che non di rado ci sia di mezzo il Liverpool. Come il 15 aprile ’89, giorno della strage allo stadio Hillsborough di Sheffield dove i Reds giocavano la semifinale di FA Cup contro il Nottingham Forest. Prima della partita venne chiuso e poi aperto il cancello sbagliato, con un effetto-imbuto dentro il tunnel dove orrendamente morirono schiacciate e soffocate 96 persone, in una dinamica di massa non dissimile dall’Heysel, anche se priva di battaglia campale.
La più grande tragedia sportiva della storia d’Inghilterra è ricordata proprio ad Anfield, dove alla base della tribuna c’è un Memoriale pieno di fiori scarlatti. A pochi metri di distanza, un uomo è stato massacrato a cinghiate per il solo fatto di esistere, e di essere un tifoso.
(M. Crosetti)
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  1. cpg35600 - 3 anni fa

    Complimenti,Dr. Crosetti per il Suo articolo: con poche ed efficaci parole è riuscito a centrare l’obiettivo che è meramente politico.

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