Il tramonto d'Italia nel tramonto di Del Piero: Alex il Cavaliere educato non come Totti

di Redazione, @forzaroma

(La Repubblica – F. Merlo) Del Piero non lo sa, ma il suo tramonto è più della solita, abusata e potente metafora del calcio che si fa storia.

La sua uscita di scena fa paura e fa piangere non di tifo ma di cuore, non di  pancia ma di testa,  perché parla di noi, del talento che ci sta sfuggendo sui mercati internazionali, dell’ Italia  che solo un pugno di campioni stanchi tiene ancora  in Europa.  E la Juve, che lo ingrazia ma non lo trattiene e lo lascia partire per l’America, smentisce la propria storia di uomini ‘simbolo per sempre’: Sivori, Boniperti, Bettega, Platini, Zoff … La Juve che lo maltratta è l’Italia che maltratta se stessa: la Juve che  lo licenzia è l’abolizione dell’articolo 18, l’espulsione degli  esodati, l’inesorabilità anagrafica, il rigore senza cuore e senza crescita.

Oggi che come non mai  abbiamo bisogno di eccellenze perdiamo la nostra eccellenza più amata, oltre lo stile Juventus, oltre il calcio, oltre lo sport.  Esce il campione mai sporcato dai Moggi, quello mai coinvolto nelle truffe che gli vorticavano intorno, il virtuoso che  mette la palla dentro e la lingua fuori, non il  Totti che sputa e prende a calci l’avversario ma il cavaliere educato che sorride di se stesso e di imbarazzo, non strizza mai l’occhio al bullismo, non lucra sulla pubblicità del gioco d’azzardo. Del Piero è il compagno che sa star bene da solo pur facendo parte di una squadra. Esce dunque il vero modello ‘antischettino’, il capitano che non è codardo ma generoso, mai aggressivo e volgare né con i suoi ragazzi né con gli avversari.

Del Piero è sempre composto, sobrio e pulito come ieri è stata anche la commozione dello stadio,  senza fumogeni, senza eccessi rabbiosi, nonostante in quella celebrazione ci fossero pure la vittoria dello scudetto e il record di un campionato senza una sconfitta. Insomma ieri ce n’era abbastanza per la baldoria, per le bombe carta, per il carnevale degli ultrà. C’è stata invece una festa d’addio e la vittoria è diventata  malinconia, la gioia è stata triste. E’ vero che i tifosi hanno pianto anche a Milano dove il Milan ha mandato in pensione i suoi campioni, la vecchia guardia dei trionfi, i fratellini di Del Piero, Gattuso e Inzaghi, campioni del mondo, e Nesta, che è stato il simbolo del calciatore che si difende senza mai picchiare. Ma nelle lacrime di Milano c’era la maldestra perdita dello scudetto, il rimpianto per un campionato finito male. A Milano la squadra si piangeva addosso come sempre accade agli sconfitti.

A Torino no. La Juve coronava un trionfo dopo la più umiliante quaresima della sua storia. Ma nessuno ha pianto di felicità. Hanno invece pianto per  il congedo dell’Italia di Del Piero, l’Italia della bellezza e della virtù. In quelle lacrime senza pudore e senza freno c’è infatti l’intuizione, il cattivo presagio, che assieme al campione internazionale che tramonta  siano a rischio  di tramonto l’intera Italia dei primati, il made in Italy, il genio italiano che è un modello estenuato e senza eredi.

Del Piero è l’ultimo eroe di una speciale  antropologia nazionale, quella dei registi eleganti, come Rivera e Pirlo, quella dei fantasisti che trattano bene la palla per se stessi ma soprattutto forniscono assist  e fanno cantare gli altri campioni, proprio come hanno fatto Lucio Dalla e Paolo Conte con Morandi , Celentano e mille altri. Del Piero era l’erede dei Corso e dei Baggio che  danzano in campo e  lavorano  più di qualità che di quantità e  dimostrano che le vie storte sono spesso le più diritte.

Con Del Piero  sono a rischio d’uscita tutti i simboli d’eccellenza, del sapere e della produzione italiane: le grandi università, dalla Normale alla Bocconi al Politecnico di Torino;  la  moda che ha vestito il mondo, dagli Armani ai Versace ai Valentino; le auto che sono solo scatoline mentre Ferrari Lamborghini e  Maserati, come Riva Mazzola e Facchetti, sono icone, vecchie glorie di un’Italia inarrivabile.  L’Italia senza Del Piero è il ciclismo che  i francesi ormai non si incazzano più , il cinema che è solo nostalgia di Fellini, Antonioni e Visconti, le navi che una  volta si chiamavano Rex e ora si chiamano Concordia.

Ecco perché sono stati interminabili quei venti minuti d’addio. E’ stato un lunghissimo momento bello e genuino, un delirio che in fondo ci fa bene, un  brivido collettivo che ha coinvolto non solo tutti  i tifosi d’Italia, dalla Juve sino al Cesena, ma anche i non sportivi. Venti minuti d’applausi sono come un inno nazionale, sono un patriottismo timido, un bisogno di sentirsi insieme, una voglia di Stato, il desiderio frustrato di una bandiera da amare.

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