Il calcio è “Cosa loro”

di Redazione, @forzaroma

(repubblica.it) Presidenti, sono. Infatti fanno i capi, giusto. Comandano in casa loro: i club di serie A, magnificamente accomodati sopra una montagna di debiti. Affari loro, fin qui.

Il problema diventa di tutti, invece, quando fanno i capi a tutto campo, varcando i confini. Prendiamo Aurelio De Laurentiis, uno a caso: la finale della Coppa Italia fissata a Roma, dice e ribadisce, non gli sta bene, lo stadio è piccolo, magari pure brutto e comunque lui con quella partita deve guadagnarci di più. Gli ricordano che la sede è stabilita da tempo, che è già stato invitato il presidente della Repubblica Napolitano, che l’Olimpico ha ospitato due anni fa una finale di Champions, che all’estero si sganascerebbero dalle risate se un pazzo dicesse che va spostata una finale due mesi prima della partita. Pensate, chessò, all’Inghilterra: un Abramovich che si sveglia la mattina e dice che a lui Wembley come sede per la Coppa d’Inghilterra non piace. Non fa ridere l’idea?.

Da noi no, non fa ridere. Diventa anzi una cosa talmente seria da spingere il presidente del Coni, Gianni Petrucci, a violentare una natura per cultura e abitudini prudente, dichiarando nei fatti una guerra senza precedenti  al mondo del calcio, a quei presidenti: lo stadio, che è nostro, a queste condizioni non ve lo diamo più, dice Petrucci, perché siete voi a non meritarlo. Non siete capaci, non siete degni, e soprattutto non avete nessuno che freni la vostra intollerabile e quindi non più tollerata arroganza.

Perché De Laurentiis sia chiaro, ha fatto il bullo, straparlando di Parigi, Milano o Timbouctou come scenari alternativi della finale, solo per ribadire che il proprietario, il capo, è lui. Non del Napoli (e chi glielo nega) ma proprio del pallone, o almeno della Coppa Italia. Dimenticando che il torneo non è suo, né della Juventus rivale in finale. Teoricamente sarebbe di tutti noi: un piccolo, centenario bene comune, occasionalmente organizzato e gestito da quel palazzo delle meraviglie che è la Lega calcio.

Dice: la Lega è formata dai club della serie A, quindi è anche del Napoli e della Juventus. Giusto. Altrettanto vero è che la splendida congrega avrebbe un suo presidente, tal Beretta Maurizio, dimissionario da tempo immemorabile ma saldamente appostato sulla sua sedia che gli garantisce uno stipendio di 300 mila e rotti  euro l’anno, da sommare naturalmente a quello altrettanto generoso del suo nuovo lavoro in Unicredit. Lui, Beretta, non ha trovato il modo in questi giorni surreali di dire pubblicamente, magari con un sorriso, meglio con un bel pugno sul tavolo, che il vecchio De Laurentiis scherzava, che naturalmente Roma non si tocca e che la gestione dei biglietti per la finale sarà rigorosamente controllata dalla Lega. Perché attenzione, questo dei biglietti è un altro bell’esempio di come intendono il calcio i nostri presidenti. Napoli e Juventus avevano già chiarito alcuni caposaldi: prezzo minimo in curva non inferiore ai 30 euro (il doppio dell’anno scorso, per Inter-Palermo), drastica riduzione dei settori dove vendere biglietti ridotti per i bambini (alla faccia della politica dello stadio per famiglie), prezzi esorbitanti per le tribune. Chi vuole esserci paghi e stia zitto, quanto lo decidiamo noi, mica quel fantasma di Beretta.

Presidenti, appunto: quelli che fanno i capi anche in casa d’altri come De Laurentiis e quelli che non fanno i capi neppure in casa propria come Beretta. Quelli che straparlano e quelli che tacciono. Quelli che minacciano e quelli che si fanno minacciare. Quelli che quest’anno hanno licenziato 16 allenatori in serie A, stipendiandoli ancora per anni, e chissene frega dei bilanci. Quelli che chissene frega pure di Prandelli e dei suoi stage, della Nazionale, di Abete ( altro presidente silente, assente, inerte) di Petrucci (presidente invece che parla e dunque trattato  come un grillo), dei razzisti che ululano e dei barbari che calpestano anche la memoria dei morti. Si pagano le multe e non si dice una parola, non sia mai poi quei razzisti e quei barbari decidano poi di non andarci più, allo stadio: sono clienti pure loro, perbacco. Presidenti del calcio, nell’Italia del 2012: quella in cui volenti o nolenti tutti si stanno dando una regolata. Tutti tranne loro.

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