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Minuto 20 di Roma-Bologna. È nelle battute iniziali del match che Manu Koné si arrende. L'Olimpico è incredulo: perché il francese è uno tosto, uno abituato a festeggiare le vittorie con lupi ipertrofici disegnati dall'intelligenza artificiale. Il guaio per i romanisti è che l'infortunio non è frutto dell'IA, ma di quella che a Trigoria inizia a essere una spiacevole consuetudine, scrive Marco Juric su La Repubblica. Lo staff medico fa la sua parte e recupera il giocatore di turno. Si raccomanda, però, di non forzare. Non subito almeno. Il rientro deve essere graduale. O meglio, dovrebbe. Il condizionale è d'obbligo. Perché, vuoi per scelte tecniche, vuoi per mancanza di alternative, anche Koné è finito nella lista delle vittime di quello che ormai è diventato uno dei trend della stagione giallorossa: il recupero frettoloso.
Ne sa qualcosa Artem Dovbyk. Il suo è stato un incubo lungo due mesi. Stiramento alla coscia a inizio novembre, poi la lesione al tendine del retto femorale sinistro. Quindi 45 giorni di recupero, un paio di allenamenti sotto Natale poi tre presenze in una settimana. Fatali. Il 16 gennaio la Roma opta per l'operazione chirurgica. Che dire, poi, di Dybala. E la sensazione che, nonostante la nota fragilità della Joya, si potesse fare qualcosa di meglio. Così non è stato. Era il 25 gennaio. Primo referto light: lieve infiammazione della capsula laterale. Due settimane di stop. Il 19 febbraio si paventa un'operazione, dopo il consulto con il dottor Ahlbäumer di Saint Moritz, chirurgo di fiducia Friedkin. Ma il club smentisce: «Nessuna operazione». Il 5 marzo, dopo altre tre settimane di dolori, Dybala torna in gruppo. Pochi minuti e la mano alzata: «Non ce la faccio». Corsa a Villa Stuart. Dove spesso si curano i mali giallorossi. A volte con i tempi sbagliati.
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