Alisson: “Il ruolo cambia, non siamo più gli scarti del calcio”

Il portiere della seleçao: “Devo tutto a Taffarel, allenatore dei portieri del Brasile, che stimo molto come uomo e al preparatore Marco Savorani, che nella Roma ha finalizzato le mie caratteristiche”

di Redazione, @forzaroma

Per Alisson Becker stare tra i pali non è una prigione, non significa angoscia, ma abitare nel futuro, come scrive Emanuela Audisio su La Repubblica. È l’uomo che in questo momento sta agitando il mercato e che ha vinto il derby dei media con più citazioni. Non solo intuito e senso della posizione. È anche andato a Portland, sede del suo sponsor, per fare testi specifici sui nuovi guanti, che hanno la cucitura sul bordo interno. Anzi, Alisson Becker, 25 anni, portiere del Brasile (e della Roma) vi dirà che lui è l’evoluzione della specie, un giocatore più che un goleiro. “Un gio-ca-to-re. Capito? Uno degli undici, quando si fa la conta. Non quello che si aggiunge, non dieci più uno”.

La sottile differenza?
Che io non mi considero l’ultimo baluardo, quello che sta in porta fermo ad aspettare. Gioco da difensore, partecipo, cerco di fare presenza sugli attaccanti, partecipo al gioco. Li tocco. Mi faccio sentire. Cerco di dare fastidio, di disturbare, non c’è la mia porta e poi la loro zona del campo. Io non ho paura di usare i piedi, non mi viene l’ansia se non devo toccare il pallone con le mani, anzi mi impongo di non strafare”.

Giocare con i piedi, non è mai stato un problema per i brasiliani.
La nostra tradizione è quella. Ma l’Europa da noi in passato ha sempre cercato attaccanti e numeri dieci. Se giocavi in porta voleva dire che eri un asino a pallone. Si cercavano fisici massici e potenti. Era un ruolo da rifugiato, vivevi la pubblica condanna di essere uno scarto. Il maledetto retaggio di Barbosa che nel ’50 si fece sorprendere dall’Uruguay e che la scontò per tutta la vita. Non è più così: lo hanno dimostrato Taffarel, Dida, Julio Cesar. Ora sono nate le accademie per i portieri. E ci siamo io e Ederson”.

Ma Julio Cesar quattro anni fa ne prese sette.
Mica solo lui, tutto il Brasile. Io ero a casa davanti alla tv e ho visto tutta la partita. Certe cose restano nella pelle, puoi ripeterti che non è la fine del mondo, ma senti lo schiaffo. Chiaro che il paese non dimentica, che io non difendevo quella porta e che quella Germania era forte.
Quando io ne ho presi cinque dal Liverpool ho vissuto un’esperienza quasi simile e non ho domito per giorni. Passavo le notti a chiedermi: quale gol potevo evitare? Fortuna che poi rigiochi e puoi riscrivere la storia”.

Lei si allena anche sulla terrazza di casa.
Sì, mi sono fatto una palestra. Curo il mio fisico, sono a dieta. Anch’io mi sono fatto consigliare dal nutrizionista di Messi. Bevo mate, infuso caldo, ma mi concedo anche qualche birra”.

A chi deve la sua evoluzione?
A Taffarel, allenatore dei portieri del Brasile, che stimo molto come uomo e al preparatore Marco Savorani, che nella Roma ha finalizzato le mie caratteristiche. Si è messo dietro la porta e mi ha dato i consigli. Un conto è lavorare con i piedi, un altro è mettersi a disposizione delle necessità della squadra. Indirizzare i tiri dove serve”.

0 Commenta qui

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy