Tutti i meriti del maestro Zeman

di Redazione, @forzaroma

(Il Romanista – D.Giannini) Musica maestro. La Roma ha cominciato ad essere un’orchestra. Ha iniziato a suonare la sinfonia di gioco e occasioni da gol attesa dal momento dell’annuncio del ritorno nella Capitale di Zdenek Zeman.

 

E se la melodia è stata conturbante, travolgente come sabato sera contro la Fiorentina, molti meriti sono proprio del Maestro di questa orchestra. Che è passato indenne attraverso i momenti più duri e ora comincia a raccogliere i frutti della semina. Un raccolto un po’ tardivo, a dire il vero. Perché si era abituati a vedere la sue squadre volare da subito. Si è dovuto aspettare un po’, ma ora la condizione è arrivata ed è da capogiro. Basta chiedere a chiunque abbia visto Roma-Fiorentina allo stadio o in tv: al 90esimo erano sfiniti da spettatori a vedere quelle 11 frecce scoccate da ogni angolo del campo, tutte dirette verso la porta di Viviano. Un arrembaggio iniziato dopo 20 secondi, quelli necessari (tanto per fare un esempio) a Balzaretti per essere per la prima volta nell’area avversaria. Un arrembaggio mai terminato. E questo è il bello. Perché se finora si erano visti bei lampi di Roma, 20 minuti qua, una mezzora là, anche un tempo, ma una partita intera così la puoi reggere solo se hai una condizione fisica stellare. Segno che i suoi metodi di allenamento (così come il suo calcio) non sono affatto superati dal tempo e che la fatica prima o poi viene ripagata.

 

La condizione, il primo merito di Zeman. Non certo l’unico. Sono tanti gli interpreti dell’orchestra esaltati dalla sua cura. A cominciare da Francesco Totti, che immenso lo è sempre stato, ma che ora ha quasi del sovrannaturale per il modo in cui corre e si diverte a farlo come e più di 15 anni fa quando l’arrivo del boemo gli fece fare il primo salto di qualità verso l’olimpo del calcio. Lo stesso balzo fatto da Lamela. Il “coco” nel finale della scorsa stagione e anche all’inizio di questa sembrava essere caduto in un limbo. In quel luogo dove tanti talenti del calcio si sono persi. Ma Erik, a differenza di tanti astri nascenti mai realmente nati, si è messo lì, ha seguito il maestro e ha imparato. «Entrambi hanno capito poco» aveva detto Zeman ad agosto parlando di lui e di Nico Lopez. Ora, se non tutto, Erik ha capito tanto. Ha capito come guardare la porta, come prenderla. E i suoi 8 gol in campionato (dei 38 totali della Roma, e anche quello è un merito) sono lì a dimostrarlo.

 

Da Lamela a Pjanic, un altro che si rischiava di perdere. E invece Zeman e Miralem sono stati bravi a ritrovarsi, a ricreare un’intesa. Le panchine e l’esultanza rabbiosa al gol inutile nel derby sembrano lontani anni luce. Pjanic ora non è semplicemente titolare, è classe pura all’interno dello spartito. Se contro la Fiorentina la Roma ha fatto registrare un mostruoso 90,7 per cento di pericolosità, molto è merito dei suoi piedi, del suo genio messo al servizio del collettivo. Con un gioco così è facile che sorridano gli attaccanti. Ma il bello è che lo fanno anche dietro. Sorridono i romanisti a vedere un Piris così. Un altro che Zeman ha saputo gestire al meglio. Ci ha creduto dall’inizio, gli ha dato fiducia. Lo ha tolto dai riflettori quando le critiche per Ivan diventavano troppo violente, per riproporlo al momento giusto. Ora il paraguaiano è un missile che attacca e chiude alla perfezione, che fa diagonali e fuorigioco senza esitazioni. E’ diventato da Roma, da grande calcio.

 

Quello per cui è nato Marquinhos. Un talento, un predestinato. Uno che probabilmente prima o poi sarebbe arrivato comunque, con chiunque. Solo che con Zeman è arrivato prima. Chi altri al posto suo avrebbe dato le chiavi della difesa a un diciottenne? Non in emergenza, non in mancanza di alternative. Per scelta. Tanti i motivi per cui la Roma è tornata grande. Adesso serve l’ultimo salto, per diventare non solo forti, ma i più forti. Serve che ai tanti meriti di Zeman si aggiunga anche quello di ritrovare e riproporre il miglior De Rossi.

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