Tancredi: «Ho issato Ago al cielo»

di Redazione, @forzaroma

(Il Romanista – M.Macedonio) – «Un’emozione che fa quasi il pari con quella vissuta il giorno dello scudetto» confessa al telefono Franco Tancredi, e lo senti che è sincero, anche a costo – dice – di risultare forse un po’ retorico o addirittura patetico. «Sono davvero stati due giorni straordinari, un’emozione dietro l’altra»[…]

 

Non vuole scendere in polemiche, Tancredi, non avendolo mai fatto.
«Il mio allontanamento? E’ stato per scelta tecnica – dice – e nonostante la delusione, ho rivisto domenica i dirigenti e li ho salutati. Anche perché continuo ad avere un buon rapporto con Franco Baldini, che conosco da dieci anni. So però come funziona questo mondo e, pur sperando, due anni fa, di poter rimanere a vita, le cose non sono andate così. Ma non sono uno che sa vendersi bene. E questo, spesso, l’ho pagato».

 

Fa semmai i complimenti alla società.
«La festa è stata organizzata benissimo, in ogni dettaglio. Peccato per l’orario. E’ stato comunque bello rivedere tanti compagni e tanti giocatori che hanno vestito questa maglia. Quando ho fatto il giro del campo con l’auto e ho visto alcuni tifosi in lacrime, ammetto di essermi commosso anch’io. Ho anche conosciuto il presidente, James Pallotta, che mi è sembrato una persona molto interessante, e soprattutto coinvolta nel progetto Roma e questo fa ben sperare per il futuro».

 

Uno dei momenti più emozionanti è stato quando i tifosi ti hanno consegnato, sotto la Sud, quella grande bandiera con l’effigie di Agostino.
«L’ha avuta prima in mano Marisa, che l’ha passata a me. Quello di sventolarla è stato per me un gesto istintivo, direi naturale, spontaneo. Agostino era mio grande amico e non solo il mio capitano. Un vero capitano, in campo e fuori. Fu quello che aiutò me e la mia famiglia ad inserirci in questa città, e a capire Roma e la Roma. E se devo dirla tutta, con quel gesto, domenica, per me è stato come issare Agostino davanti alla sua curva. Ci manca tanto, e ce ne accorgiamo ogni volta che lo ricordiamo. E’ stato così quando ci siamo ritrovati nel suo nome in occasione dell’inaugurazione della tribuna del campo A di Trigoria, e tutte le volte in cui, anche con Marisa e Luca, ci incontriamo. Ci manca Agostino, così come ci manca Aldo Maldera, che ci ha lasciati da poco. Non è un caso che ho voluto dedicare questo premio, l’unico che ho finora vinto nella mia carriera, a quattro persone: a colui che ha avuto l’intuito di fare una grandissima squadra, ovvero il mio presidente, Dino Viola; al maestro che mi ha lanciato, Nils Liedholm, e ai miei due compagni, Agostino e Aldo, che insieme ai tanti campioni che componevano quella squadra, mi hanno permesso di arrivare ad avere oggi questo riconoscimento. Che, come ripeto, è l’unico e anche il più importante della mia vita».

 

Importante anche perché si è stati scelti tra tanti portieri che hanno fatto la storia della Roma. E domenica ce n’era più di uno tra i grandi ex presenti. Da Panetti a Cudicini, da Ginulfi a Paolo Conti. Un vero attestato di stima e attaccamento, dunque, da parte dei tifosi nei suoi confronti.
«Non l’ho mai dubitato, anche nei momenti più difficili. E ce ne sono stati, anche di recente. Posso dire che mi è dispiaciuto per coloro che sono usciti “sconfitti”, ma che accomuno in un unico abbraccio. Tra i tanti voglio però menzionare Guido Masetti, che ho conosciuto quando venne una volta a Trigoria. Una persona splendida, di un’educazione e una classe immensa, che mi raccontò – non avendolo io mai visto giocare – i momenti di gioia che lui visse con il primo scudetto e che ho poi rivissuto io in occasione del secondo. Mi fece dono di una sua scarpa da calcio del campionato in cui vinse il titolo, e che ancora conservo gelosamente custodita in una scatola. Penso che avrebbe meritato, almeno quanto me, questo premio, perché tutti e due abbiamo vinto uno scudetto. Così come va dato atto a Francesco Antonioli di averne vinto uno anche lui e di meritare per questo pari considerazione».  

 

Ricorderei, tra i portieri, anche Luciano Tessari, che oltretutto fu il secondo di Liedholm.
«E non solo, perché fu anche il mio preparatore e lo ricordo sempre con grande affetto. Diciamoci la verità: la Roma, ha sempre avuto, e ancor più in certi periodi, grandi portieri, che hanno spesso frequentato la nazionale. E questo mi inorgoglisce ancora di più, perché vuol dire che ho fatto delle cose importanti. E’ per questo che ringrazio ancora i tifosi, e la commissione che ha indicato il mio nome. E ribadisco: la mia romanità e il mio attaccamento a questa maglia e a questi colori sono stati finalmente sanciti domenica con questo premio. E tali rimarranno, per il resto della mia vita». 

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