Se il campionato è falsato almeno ditecelo

di Redazione, @forzaroma

(Il Romanisti – G.Manfridi) Per piacere, voi che operate là dove si può, ditelo chiaramente. Ma a noi, proprio a noi romanisti, a noi che tutti insieme siamo la Roma, ditecelo e facciamola finita: state per partecipare a un campionato per voi inutile. Così, con parole più semplici dei fatti in cui comunque le traducete. Ditelo senza remore, a mo’ di sfogo, tanto che cambia? Nulla.

 

O sarà forse che l’arroganza non può non pascersi di ipocrisia? E perciò forse le compiacenti parole di Petrucci, che dà pacche simboliche sulle spalle del nostro allenatore alludendo a una sintonia di facciata ancor più fastidiosa, come a significare: “E bravo lo scemo del villaggio!”, tranne che lo scemo del villaggio, ad altre quote ideologiche e morali, può essere immaginato come il pazzo shakespeariano, come colui che deve far supporre di delirare per esclamare la verità in tutta la sua banale quintessenza.

 

Per piacere, dichiaratelo una volta per tutte e non se ne parli più! La mia preghiera è anche un consiglio, un’induzione alla leggerezza. Fatelo per voi stessi, liberatevi dal dèmone che vi rimorde come qualcosa che vorreste estirparvi da dentro ma non ce la fate, e che può essere sia uno specchio che vi costringe costantemente a ricordarvi quel che siete.

 

Ditelo con parole pubbliche, cosa che non vi sarà troppo difficile fare, vista la supponenza che esibite senza ritegno poiché convinti che anche mostrare al mondo la protervia del vostro sprezzo sia un dono che ci fate. Forza, ditelo: “Ebbene sì, domenica sera siamo ripartiti da un fermofotogramma bloccato quindici anni fa, né più né meno”.

 

E più chiaramente ancora abbiate il coraggio di dire: quest’uomo non lo vogliamo; non vogliamo chi crede in lui; non vogliamo chi ci fa capire di pensare le stesse cose che pensa lui. Non vogliamo l’entusiasmo vero di oltre cinquantamila anime senzienti che hanno l’ardire di mostrare tanta passione poiché consapevoli che la Roma in assoluto e questa Roma in particolare rappresentano una questione profonda che ha che fare con la coscienza umana, con un’Italia che vorremmo ma che non vuole esistere.

 

Qualcosa che ha a che fare con chi gioca a suo piacimento con le regole del gioco, consentendosi il lusso di farne ciò che crede ostentando la pretesa di tutelarle.  Oggi, ai tanti padroni di questo Paese funestato dalla tara endemica della scaltrezza e che da un anno appena ammette di essere in conclamata crisi ma solo perché la crisi è planetaria, si è aggiunta di fresco l’ultima imbarcata dei Conte e di Carrera.

 

Cos’è? Sono io adesso a delirare con la visione parossistica di una trama che li legherebbe entrambi allo scempio di Roma-Catania? Se così, non chiedo scusa a nessuno, è quel che credo, e quel che credo è quel che vedo: Roma-Catania, appunto! Ovvero, il consueto paesaggio nazionale che insiste a ribadire se stesso. E dunque, evviva il supervincente Carrera, gratificato a Pechino col dono di un curriculum che quello già si diverte a sbattere in faccia a chiunque non gli renda omaggio! Ma ancor di più, evviva lo zazzeruto Antonio Conte, totem perfetto messo a disposizione di chi è abituato a ossequiare il feudatario da cui ama farsi sovrastare nell’illusione tipica del servo che, in quanto servo, si sente compartecipe del potere che lo governa.  Grande invenzione juventina questo allenatore apparentemente condannato (ma guai a dirlo!) che può assurgere a vittima di un complotto senza pagare nulla e che traducendo il suo finto luogo di castigo – di fatto, un altare per la beatificazione – in un pulpito ad alto tasso mediatico da cui annunciare sentenze trasversali contro chiunque (uno solo, in verità) si limiti a osservare: “Se uno deve essere punito, vorrei vedere la punizione”.

 

Ho tanta rabbia, e spero si capisca. Non meritavamo questo. Per parafrasare il carrieristico Carrera, non meritavamo di accumulare in 90 minuti tanti torti quanti a lui non toccheranno nei prossimi dieci mesi che vivrà da personaggio/fantoccio. Sì, è tutto un gioco, va bene. E’ solo un gioco, lo so che è solo un gioco. Che senso ha, direte, cavarne giudizi civili che dovrebbero nascere da ben altre e più drammatiche realtà? Ma non sarà forse che proprio dove la circostanza si presta a questa ambigua lettura di cosa poco seria che però a conti fatti può rivelarsi serissima (parliamo pur sempre di business, di finanza, di posti di lavoro e di occupazione)  è più facile insinuare strategie capaci di sdrucire il tessuto prezioso del sogno e dell’effimero?

 

Parola, quest’ultima, che non uso a caso, nel ricordo di un grande sognatore, fomentatore di sogni: di Renato Nicolini, che con tanto cuore questo giornale ha voluto ricordare, come a riconoscervi un tratto di identità che ci riguarda. E non c’è nulla che sia più inviso al potere di chi è in grado di fomentare sogni, e, ancora di più, di chi – come Nicolini, che di Roma seppe fare una fucina di allegrie, e come il Boemo – si dimostra in grado di realizzarli.

 

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