Non è da questi particolari…

di Redazione, @forzaroma

(Il Romanista-M.Izzi) Analizzate i nomi dei tecnici della storia della Lupa e vedrete che quasi tutti, vengono a raccogliersi in cinque categorie. Gli “istrioni” (Herrera, Pugliese, Lorenzo, Carlitos Bianchi … ecc),

i “minestrari” (Ottavio Bianchi, Mazzone, Radice, Valcareggi … ecc.), i “pragmatici” (Ranieri, Viani, Brunella, Boskov … ecc), gli “utopisti” (Bernardini, Scopigno, Eriksson, Zeman) e quelli che io chiamo i “rugbisti” (Barbesino, Schaffer, Liedholm, Capello, Spalletti).

 

In tutte queste categorie ci sono degli ottimi tecnici, che spesso hanno avuto delle evoluzioni passando, magari lontano da Roma, da una categoria all’altra. L’elemento dominante della loro “cifra” tecnica negli anni giallorossi ha finito però per decidere il loro destino e quello delle squadre da essi dirette. Luis Enrique a quale categoria appartiene? Senza dubbio non a quella degli “istrioni”. Non è, insomma un tecnico che se ne va in giro a gettare sale dietro la propria panchina o a fare proclami incendiari come Herrera: «Solo io posso dare lo scudetto alla Roma ».

Proseguendo nella nostra analisi non sorprendiamo nessuno affermato che non è un «minestraro». Mi preme subito chiarire che il termine, può apparire canzonatorio, ma nei miei intendimenti vuole solo indicare una categoria di tecnici che ha posto alla base del proprio disegno tattico la priorità dell’ organizzazione difensiva. (…) Sento spesso, ad esempio, cantare le lodi della Roma di Luigi Radice o di Carlo Mazzone … due squadre molto, ma molto attente a coprirsi le spalle. Ora al tecnico spagnolo si può attribuire tutto ma non questa filosofia calcistica. C’è poi la compagnia dei “pragmatici”, vale a dire della “real politique”, di quei tecnici cioè, che non partono da una “missione” o da un “credo tattico”, ma che sposano i progetti del Club, che costruiscono cioè un gioco, in virtù delle risorse a propria disposizione. Il capolavoro assoluto di questa mentalità, lo abbiamo vissuto nel 2010 con la Roma di Claudio Ranieri e anche quella, a dire il vero, ci ha fatto divertire parecchio. Ora anche di “Real Politique” in Luis Enrique c’è poco e nulla. La scelta della Società è stata anzi improntata proprio ad una mentalità e a una filosofia che il Mister Spagnolo è stato chiamato ad inoculare a tutte le formazioni del Club, dalla prima squadra sino agli Allievi.

Rimangono poi gli ultimi due filoni, quelli, che hanno fino ad oggi garantito le emozioni, le gioie, le delusioni e gli entusiasmi più violenti. Partiamo dagli “utopisti”, quei tecnici cioè che mettono in atto il proprio personale “progetto”, a dispetto degli uomini a disposizione, degli avversari, delle sconfitte e delle vittorie. Il primo Eriksson era un utopista, attentissimo alla forma (ossessionava Pruzzo con la sua mania di stringere la mano a tutti i giocatori prima dell’inizio di ogni seduta d’allenamento e con l’ immancabile rito della spiegazione degli schemi, con l’ausilio della fida lavagnetta portatile, nei luoghi più impensabili) ma incapace però, al pari di Zeman e dello stesso Bernardini, di attuare in corsa, quei correttivi in grado di rendere vincenti le proprie intuizioni. Ci sono poi i rugbisti, coloro cioè che, nonostante le difficoltà (lo Schaffer, il Liedholm, ma anche lo Spalletti del primo anno romano non avevano certo a disposizione il Real Madrid … e non ottennero i risultati del Real Madrid), hanno bene impressa nella mente la strada da percorrere e le tappe intermedie. “Puntano” la “meta” sino a raggiungerla, costi quel che costi. Sono i tecnici in grado di guidare la propria squadra e tutto l’ambiente anche nei frangenti tempestosi.

Certamente a Luis Enrique manca il pedigree che trasformava in perfetti “ombrelli” Capello, Liedholm e Schaffer (il primo era stato la guida del Milan degli “invincibili”, il secondo aveva appena guidato il Milan allo scudetto della stella, il terzo era al momento del suo arrivo a Roma uno dei tecnici più esperti, più famosi e più vincenti d’ Europa), ma certamente ha dimostrato personalità e gode, come i mostri sacri che abbiamo citato (…), dell’appoggio dei suoi giocatori. I giocatori riconoscono un vincente, anche quando questo vincente non è “sbocciato” (Bernardini era difeso a spada tratta dai suoi ragazzi, tanto che Andreoli arrivò a mettersi contro Renato Sacerdoti … che non lo perdonò), lo riconoscono anche quando non gli piace (Vogliamo parlare del “tedesco”, Fabio Capello?) e la squadra è dalla parte di Luis Enrique, come lo è la Società e i suoi dirigenti. Non è una scelta scontata, né facile …il tecnico ha ancora le carte in mano per dimostrare che si tratta anche di una scelta giusta.

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