(Il Romanista-G.Dell'Artri) Le cose più belle sono quelle che si conquistano con il tempo e con la fatica. Quella che si ottiene subito è spesso una gioia effimera. La solita storia della volpe e dell’uva? Non proprio.

(...) Lo sa quasi certamente anche Luis Enrique, uno che consce alla perfezione il significato della parola fatica e che, a scanso di equivoci, ogni tanto se lo vuole imprimere ancora di più nella mente con le sue imprese sportive extracalcistiche.

 

Non è pallone, è vero, ma uno che si è fatto la maratona del deserto o l’ironman non si ferma di certo di fronte all’amarezza seppur grande di un derby perso. E questo è forse l’aspetto che più deve far sperare in un riscatto della Roma da qui al termine della stagione e soprattutto nella possibilità di ben altre soddisfazione nella prossima. In fin dei conti è la nostra storia a dire che è sempre stato così. Ogni condottiero vittorioso (più o meno) ci ha messo tanto ad imporsi. Andando a ritroso nel tempo, è successo a Spalletti, che al primo anno arrivò quinto, è successo a Capello che prima di vincere dovette incassare un sesto posto ancora più amaro visto chi arrivò primo quell’anno. E’ successo a Eriksson, che iniziò con un settimo posto e poi arrivò ad un Lecce dallo scudetto. E’ successo persino al barone Liedholm, che la rincorsa tricolore la iniziò dal settimo posto.

roma_lazio040320126.jpg

Insomma, il futuro con Luis Enrique può ancora essere splendente. A patto che adesso lo spagnolo riesca a rimettere la barra a dritta. Risultati e gioco da qui alla fine per riprendersi i tifosi (non la squadra che è sempre con lui), un posto in Europa e per cacciare le voci di possibili sostituti per la prossima stagione (vedi Villas Boas) o possibili ritorni (Spalletti). O di una sua partenza per il Barça al posto di Guardiola (...). Solo voci, appunto. Perché Sabatini è stato chiaro «Luis Enrique non è stato mai in discussione, e non lo è neanche ora. Anche per il futuro sarà lui l’allenatore della Roma, se lui lo vorrà». E anche il tecnico prima della partita di Bergamo non aveva lasciato dubbi sulle sue intenzioni: «Se la società vuole, rispetterò il mio contratto fino in fondo e sarò contentissimo». Ma in quella occasione aveva anche spiegato che «Parlare di futuro nel calcio è un’utopia, il futuro non esiste. Vivo il presente».

E il presente dice Palermo e dice di una Roma da rivitalizzare. Per vincere qualcosa subito e molto di più il prossimo anno. Per questo, anche per questo, la squadra si è ritrovata ieri. A cena. Di nuovo. Come accade quando una famiglia ha bisogno di ritrovarsi, di rincompattarsi, di sentirsi ancora viva dopo uno schiaffone. Per rialzarsi. I giocatori - quasi tutti, qualcuno era assente giustificato - sono andati a mangiare a "Casa Novecento", un locale molto noto dell’Eur. Lo stesso, peraltro, dove la squadra era andata a cenare dopo la lite a Udine tra Osvaldo e Lamela (all’epoca, Daniel pagò per tutti). A guidare il gruppo a tavola è stato Totti. Come accadrà anche a Palermo. Come accadrà sempre. Con due gambe, mica una sola, classe e attributi. Quelli che mancano a chi straparla del Mito.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Commenti
Tutti
Leggi altri commenti