Lui l’Highlander gli altri sono Brocchi

di Redazione, @forzaroma

(Il Romanista – D.Galli) La generazione di fenomeni ha già concluso il suo ultimo giro di campo, è tornata a casa, ha appeso gli scarpini al chiodo, ha dato un bacio alla moglie ritrovata dopo lustri e lustri trascorsi in trasferte e ritiri e magari, adesso, ha messo su pure qualche chilo di troppo. I signori del calcio nati nel 1976 sono passati quasi tutti a vita diversa. Quasi tutti. Lui no. Lui è il Signore dei Signori, il Re dei Re di Eupalla, l’uomo che i romanisti – ma solo loro – possono pure chiamare confidenzialmente Francesco Totti.

 

Anzi, a giudicare da questo precampionato, il Re va nella direzione opposta: sta per iniziare ufficialmente la sua ventunesima stagione, a proposito di peso, con 6 chili in meno. Forma smagliante, un credo convinto in Zemanlandia, è l’ultimo immortale del bel gioco: data di fine carriera, mai. E se nel mondo c’è ancora in attività qualche coetaneo di Sua Maestà, in Italia nada. Nulla. O meglio, qualcuno del ’76 c’è. Ma Totti non rientra nella categoria semplicemente perché tutti gli altri fanno parte di un’altra generazione. Quella dei Brocchi. Quelli bravi sono dovuti emigrare. Nesta, per esempio. E Di Vaio, che con il Capitano ha trascorso tanti momenti di relax a Sabaudia e pure nell’ultima vacanza di Francesco negli Usa. Ora indossano entrambi la divisa del Montreal Impact. Canada, altri mondi, terre sconfinate e porte in discesa per chi era abituato alla Serie A.

 

Eroi a cavallo di due decenni, ora senza più destriero. C’è chi è stato campione d’Italia con la Roma (Emerson), chi lo scudetto non lo ha vinto ma ha vestito la maglia della Roma con onore ed è stato pure campione d’Europa (Dellas), chi la maglia della Roma l’ha persa per giocare la Coppa d’Africa (Kuffour), chi ha vinto un Mondiale (Oddo), chi due come Ronaldo, chi in Italia non ha combinato niente e altrove ha fatto sfracelli (Kluivert) e chi è rimasto nel limbo, sospeso tra il livello “buon giocatore” e quello di “campione” (Morfeo). Nella lista degli ex del ’76 c’è da qualche mese anche quella punta straordinaria che il pubblico inglese osannava al grido di “Ruud”, “Ruud”, “Ruud”. Van Nistelrooy è stato capace di segnare 346 reti in 586 presenze. Mica male. Peccato che non gli siano bastati per conquistare la Scarpa d’oro, per vincere il premio come miglior bomber d’Europa, il principe del gol per la Uefa, un riconoscimento andato in passato a nomi di second’ordine, calciaturucoli, figurine da Serie B, gente tipo Messi, Cristiano Ronaldo, Henry, Ronaldo, van Basten, Eusebio, Muller. E un certo Totti.

 

Il dramma (sportivo) per Ruud si consuma proprio per colpa di quel numero 10 figlio di Porta Metronia, che nella stagione 2006/07 lo batte nella corsa al primato europeo con 26 gol contro i suoi 25. All’appello manca da poche settimane anche una bestia nera della Roma, uno che con la maglia del Milan ci faceva gol sempre, a prescindere da quanto contasse l’incontro. Shevchenko ha detto basta alla nazionale ucraina, alla Dynamo Kiev, al pallone tutto. Si darà alla politica, dicono. Meglio così, per noi. Per carità, qualche ragazzacciodel ’76 è ancora in giro. Ma prende a calci un pallone così, quasi per diletto più che per vocazione, lavoro e pura fede. Prendete Recoba. Per la conclusione della carriera ha scelto di tornare in Uruguay, El Chino adesso gioca nel Nacional. Camoranesi idem, è in patria. In Argentina. Dopo l’esperienza con il Lanus, ha firmato un biennale con il Racing Avellaneda. Dopo l’addio alla maglia rossonera, Seedorf ha scelto invece di farsi sedurre dal Brasile: è il nuovo idolo del Botafogo. Nuova vita o ritorni in famiglia, ma al viale del tramonto non si sfugge. È la regola. E poi c’è l’eccezione.

 

Non è dovuto emigrare, non si è buttato in politica, non si è fatto condizionare dal fascino dell’esotico, ha resistito al magnetismo dei blasoni. Ha sposato quei du’ colori. Sarà per l’aria di Porta Metronia, sarà per l’eredità genetica di mamma Fiorella e papà Enzo, ma pur essendo nato due giorni prima di Sheva e cinque giorni dopo Ronaldo, Francesco Totti non è mai andato via: da Roma, dalla Roma, dal calcio. Rileggete questo passaggio della conferenza di due giorni fa di De Rossi: «Francesco finirà la carriera al minimo con uno scudetto e io non posso che rispondere: magari. Certo è poco per uno come lui, che poteva vincere tutto e togliersi anche soddisfazioni a livello personale come il Pallone d’Oro.

 

Poteva vincere premi degni dei più grandi, ma se poi vinci uno scudetto in 15 anni, non puoi pretendere di ottenere certi riconoscimenti». Destinando se stesso alla Roma, Totti ha scelto la strada più difficile per diventare leggenda. Purtroppo, proprio come Daniele, ne ha a disposizione una sola. Ecco perché la farà durare il più a lungo possibile.

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