«In giorni come questi ci manchi ancor di più»

di Redazione, @forzaroma

(Il Romanista – M.Macedonio) Ricordi personali, di quelli custoditi gelosamente, tra la testa e il cuore. E anche un po’ nei piedi, che di Ago gli hanno fatto condividere («quale privilegio!» dice ancora oggi) tanti scambi con il pallone.

 

Quello con cui si andava a giocare sulla spiaggia nei pomeriggi d’estate (…) sempre lì a due passi dal mare. Inizia il suo racconto così, Massimo Ghini, che di Agostino Di Bartolomei è pressoché coetaneo e ne è stato amico: facendo leva proprio su quei momenti di dolce e ozioso svago estivo, di quando si hanno sedici o diciassette anni, e che, anche a distanza di tanto tempo, ti rimangono dentro, come cristallizzati. Piccole madeleine, alle quali affidarsi per ricostruire, anche mentalmente, periodi così lontani nella memoria.

«Era giusto il ‘70, o il ’71 – racconta Massimo. – Con Ago ci conoscemmo allora. Fu quando i miei comprarono una casa al mare, al Lido di Cincinnato, tra Lavinio ed Anzio. Un piccolo complesso di villette e palazzine, nato sulla scia di quel boom edilizio che tra i Sessanta e i Settanta si era andato espandendo fino sul litorale. Era una casa dove, con i miei, ci trasferivamo nel periodo estivo, potendo rimanere non lontani da Roma. E dove, grazie alle tante famiglie che si erano spostate lì anche da tempo, si era formata, come sempre accade in questi casi, una comitiva di ragazzi. Casa di Ago era forse a un paio di centinaia di metri dalla mia. Lui giocava già con le giovanili della Roma, ma – anche se ero un grande tifoso giallorosso – non lo conoscevo. Anche perché erano anni in cui non c’era, sulle squadre dei ragazzi, l’attenzione che c’è oggi. Un interesse che sarebbe nato da lì a poco, proprio con la Primavera di Agostino, Bruno Conti e Francesco Rocca, che è quella che vinse lo scudetto. Il primo contatto tra noi fu proprio allora. Frequentavamo quella stessa comitiva, e come tutti i ragazzi, allora come oggi, andavamo alle stesse feste e dividevamo gli stessi spazi in cui ritrovarci. A cominciare dal bar Venezia, che era il luogo dove trascorrevamo gran parte dei nostri pomeriggi. Ricordo – come hanno sempre testimoniato i tanti che lo hanno conosciuto fin da allora e ne hanno condiviso tanti momenti di vita – che ciò che ti colpiva da subito di lui era quella sua ombrosità caratteriale. Già a quell’epoca, ed eravamo poco più che ragazzini, Ago sembrava più grande e molto più maturo dell’età che aveva. Anche fisicamente. Con quella faccia da antico romano, unita alla sua ponderatezza, che alternava a momenti di follia. Perché lui era così: sempre calmo, anche se a volte gli partiva la sparata da pazzo simpatico. Non era certo un estroverso, ma al contrario, uno riflessivo. Anche se, a quell’età, condivideva tutto ciò che ci vedeva coinvolti, a noi ragazzi. Con una responsabilità in più: perché, già allora, era calciatore “professionista”, fino al midollo. E non dava certo l’idea di uno scapestrato. Sentiva già allora forte il senso dell’essere una promessa del calcio, il ragazzo “dai piedi buoni”… La nostra amicizia è nata proprio in spiaggia, di fronte a quelle poche case, in quel piccolo bar, facendo quello che facevano e fanno tutti i ragazzi: dal giocare a carte o a biliardino, al tirare calci al pallone. E poi, la sera, decidere dove andare. Un’amicizia, quella tra me e Ago, che è cresciuta in maniera lenta e progressiva, come era nel suo carattere. Ci fu infatti una fase iniziale di studio da parte sua, mentre io ero certamente più estroverso. Dopodiché, cominteciammo a frequentarci sempre di più. Quello che ci univa era ovviamente la passione del giocare a calcio. Lui stava con il pallone dalla mattina alla sera. Ho ancora impressa, non solo nella mente, una sua pallonata che mi prese in piena faccia. Eravamo in spiaggia – oggi non si potrebbe più – e lui calciò al volo. Mi trovai sulla traiettoria e ricordo che quel colpo, un vero cazzotto, mi sdraiò per terra. Tanto che Agostino si spaventò anche. Poi, finì ridendo, con tutti a fare il bagno. Anche se gli dissi: “Agostino mio, m’hai proprio massacrato!”. Da lì, la nostra frequentazione è continuata per diverso tempo, e in maniera più intensa, anche a Roma. Erano gli anni in cui andavamo ancora a scuola. E in cui lui, pian piano, trovava sempre più spazio, guadagnandosi l’attenzione di tanti. Degli anni a seguire, ricordo il suo esordio a Milano, in un Inter-Roma 0-0 (nell’aprile del ’73, ndr), ma soprattutto quello all’Olimpico, alla 1^ giornata della stagione successiva, quando in quel Roma- Bologna, 2-1, segnò anche il gol della vittoria. Eravamo tutti allo stadio, io e gli altri amici. Quel giorno, addirittura in tribuna. Ricordo anche che lo raggiungemmo, una volta, nell’anno in cui era a Vicenza. Partimmo, un piccolo gruppetto, e andammo a salutarlo. Un viaggio non da poco. Quando arrivammo, lo salutai da lontano. Mi rispose, a mezza bocca: «Ciao», come se ci fossimo lasciati mezz’ora prima. Perché Ago era così. Ricordo che andavo a vederlo, con un paio di amici, anche quando si allenava alle Tre Fontane. Lui cominciava ad avere una certa notorietà, mentre io smaniavo dalla voglia di fare teatro. Nel senso che avevo già quell’idea e aspettavo solo la fine del liceo per iniziare a farlo. Qualche volta era lui a venirmi a vedere. Ricordo che a quei tempi facevo uno spettacolo con una piccola compagnia di filodrammatici, che lavorava nel teatro dentro la chiesa di San Saba. E Agostino, quando veniva via dagli allenamenti, all’Eur, per andare a casa, alla Garbatella, passava a trovarmi. Si portava dietro una pallina da tennis e, mentre aspettava che finivo le prove, si divertiva a palleggiare nel giardino. Mi viene anche in mente che, sempre allora, con i primi soldi che guadagnò, si comprò una pelliccia di lupo. Cosa che mi stupì, da uno che era invece molto sottotono rispetto agli altri calciatori. Ma era il momento in cui andavano anche le pellicce da uomo e noi tutti ci divertimmo a prenderlo in giro. Non durò più di una settimana. Perché anche mio padre, che era un romano autentico, tifoso della Roma e socio vitalizio, quando lo vide gli disse: «Ma che te sei messo addosso?». Insomma, quella pelliccia, non gliel’abbiamo più vista. Un’altra volta, tanto per parlare delle cretincominte che si fanno da ragazzi, e torniamo quindi un po’ indietro nel tempo, eravamo con un nostro amico, un po’ pazzerello, oggi professionista integerrimo. Io, lui, Ago e un altro. Andammo a prendere un gelato, al mare, e a un posto di blocco la polizia ci fece segno di fermarci. Quest’amico, che guidava, non si fermò perché, ci disse, “non aveva la patente”. E fu così che ci trovammo a scappare, probabilmente inseguiti. Riuscimmo a far perdere le tracce e, come nei migliori film polizieschi, ci dileguammo nella notte, ognuno in una direzione diversa. Per rivederci, l’indomani, tutti e quattro, al mare, con l’ansia che potessero ancora trovarci. Che anni, quelli! Fu sempre allora, anche grazie ad Agostino, che conoscemmo Bruno. Conti, ovviamente. Che era di Nettuno e, d’estate, era sempre lì, a Cincinnato, portato da Ago. Anche lui giocava a pallone con noi, negli anni in cui eravamo ancora tutti ragazzini. Partecipavamo a quel torneo delle spiagge con la nostra squadra del Bar Venezia. E io, nella mia pippaggine, facevo bella figura solo perché giocavo accanto a loro. Sembrerà incredibile, ma con noi c’era anche un altro Bruno. Giordano. Non dimenticherò mai il giorno che ci conoscemmo. Anche lui con quella faccia da antico romano, forse anche più di Agostino. Quel pomeriggio arrivò con una maglietta psichedelica e io, che per quella frase mi sono bruciato la mia reputazione da tecnico, vedendolo calciare, dissi ad Ago: «Quello non è proprio bono a giocà!». E Ago, giustamente, mi rispose: «Tu, pensa a fa qualcos’altro. Che quello non è solo bravo, è fortissimo». Ancora oggi lo racconto a Bruno Giordano e ci ridiamo sopra. La verità è che lui non passava mai il pallone, ma era anche logico che a me, che ero una pippa, non lo volesse passare. Con Bruno Conti e Ago, comunque, giocammo una partita contro il Lavinio. In cui giocava un altro tifoso romanista, Maurizio Merli, che allora era già un attore affermato. Fu proprio lui a lanciarci la sfida, visto che la nostra squadra, più giovane, era ben considerata. Andammo a piedi, noi, addirittura già vestiti, da Cincinnato fino al campo del Lavinio, che era un chilometro più in là. Un campo ben tenuto, con anche le tribune. Ricordo che fu una partita molto dura. Alla fine del primo tempo stavamo comunque zero a zero. Negli spogliatoi, Agostino, che era il capitano, ci fece una grossa ramanzina, perché eravamo un po’ impauriti. Il pubblico di Lavinio era tutto un po’ di fighetti, con le spider e i macchinoni. E noi, al confronto, sembravamo dei disperati. Quan
do rientrammo in campo, Ago, con quella grinta meravigliosa checretinaaveva, ci disse “io non voglio perdere neanche quando gioco a biliardo”. Feci gol io, proprio su un’azione di Bruno e Agostino, e un cross magnifico. Mi feci anche male, ovviamente, perché andai a sbattere contro il palo. E vincemmo, mi sembra, 5-1. Diversi anni dopo, quando mi trovai a giocare per la prima volta con la Nazionale Attori, ritrovai anche Maurizio Merli, che – non ricordando affatto quell’episodio precedente, visto che ero ancora un ragazzino – mi disse: “Vedi di giocare bene”. E io: “Pure te, e non come quella volta a Lavinio, in cui hai rimediato cinque pappine”. Mi guardò attonito. Mentre parlo, mi tornano alla mente altri momenti. Come quella volta che con Ago festeggiammo un Capodanno in un piccolo ristorante sulla Pontina Una di quelle feste con ancora il giradischi e le amiche di scuola. Vennero lui e altri giocatori, scappati letteralmente via dai ritiri, perché non esistevano le soste natalizie e si giocava anche in quei giorni. Sarà stato il ’71 o il ’72… E’ stata la popolarità, dell’uno e dell’altro, che col tempo ci ha fatto un po’ allontanare. Per motivi di lavoro, che ci hanno prendere strade diverse. Gli anni con lui capitano della Roma sono stati comunque vissuti in un rapporto di vicinanza. Anche da lontano. Ricordo il giorno in cui vincemmo lo scudetto, nell’83. Si giocava Genoa- Roma, e io ero a Milano, al Teatro Manzoni, con la “Maria Stuarda” di Schiller, e la regia di Zeffirelli. Ascoltavo la radio nei camerini, ma poi, una volta entrato in scena, non ne uscivo più. E allora, fu Rossella Falk, romanista anche lei, che – nei panni della Regina d’Inghilterra – quando mi inchinai per baciarle la mano, in un momento solenne, mi disse sottovoce: “Siamo campioni d’Italia!”. Il pensiero andò subito ad Ago. Il giorno dopo, tornato a Roma, lo chiamai e, come tutti, lo sentii preso anche lui dal delirio di quella festa. E credo che vedere il tuo amico d’infanzia vincere lo scudetto, come capitano della tua squadra, la tua Roma, sia davvero il massimo. Anche se di lui, ricordo tanto altro ancora. Ad esempio, la sua grande passione per l’arte contemporanea, benché non avesse fatto studi in tal senso. Ricordo anche come me l’abbia un po’ trasmessa, parlandomi con così grande entusiasmo ed interesse di tanti autori. La vita lavorativa ci ha un po’ divisi, ma le nostre storie personali sono tornate comunque ad incrociarsi. Come in tutti i legami forti. Con tutta una serie di coincidenze che sembrano scritte nel cielo. Basti dire che sua moglie è di Salerno, così come lo è mia moglie. Con tutta la sua famiglia che, per tanti motivi, è legata in maniera strettissima ad Agostino. Domani (oggi, ndr) sono diciotto anni da quel 30 maggio. Come l’ho vissuto? Ovviamente con grande dolore. Ma avendolo conosciuto – e lungi dal voler entrare in un ambito così personale, non essendo giusto né possibile indagare sulle motivazioni che possono averlo spinto a prendere una decisione come quella – ciò che mi sono sempre detto è che per il rigore che lo ha contraddistinto nella vita – e non vorrei essere frainteso – lui era la persona da cui, forse, avrei potuto aspettarmelo. Perché soltanto la sua determinazione, e il suo coraggio, tragico, avrebbero potuto, di fronte al disagio e alla malattia, portarlo fino alle estreme conseguenze. Un esempio drammatico, ma grande. Per tutti. E in giorni come questi, pensare a un uomo che ha fatto della lealtà sportiva e della coerenza i propri capisaldi nella vita, fa sì che se ne senta ancora di più la mancanza».

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