«La Roma? Ne valeva la pena!»

di Redazione, @forzaroma

(Il Romanista – M.Izzi) – Giugno 1983: la rivista La Roma, per la firma di Fiorella Toti, dà alle stampe un’intervista a Paolo Roberto Falcao. E’ l’intervista ufficiale dello scudetto. La città di Roma è impazzita di gioia, eppure Falcao, lo si avverte a distanza di quasi trent’anni rileggendo quelle pagine, sembra aver conservato intatto il suo equilibrio, la sua misura. C’è quasi l’impressione che il “Divino”, sia riuscito a vivere compiutamente la sua esperienza agonistica capitolina proprio creandosi uno schermo da tutte le emozioni, potenti, che attraversavano Roma e la Roma in quell’età dell’oro favolosa. I suoi ritorni a Roma hanno rivelato più compitamente il lato emotivo e sentimentale del fuoriclasse brasiliano. Falcao sotto la Curva Sud per l’addio al calcio di Conti, il 23 maggio 1991, Falcao in campo per la festa degli 80 anni della Roma, il 27 luglio 2007 e ancora Falcao che dalla tribuna dell’Olimpico, inquadrato dal maxischermo, lancia il cuore ai suoi tifosi, il 20 febbraio 2002… In queste occasioni si è visto pienamente cosa rappresenta Falcao per la Roma e per i romani, ma anche cosa Roma e i romani rappresentano per Falcao. E si vide anche il 14 giugno 1995. Il “Divino” era a Roma per prendere parte all’iniziativa benefica: “Insieme per la vita”, che avrebbe visto una sfida amichevole all’Olimpico tra l’Italia del 1982 e una selezione di calciatori del resto del mondo “allenata” proprio da lui.

 

In quell’occasione Falcao scrisse una lettera aperta ai tifosi in cui si leggeva: «Miei cari amici romani, torno tra voi con tanta felicità nel cuore, perché gli anni vissuti a Roma ed alla Roma hanno lasciato nella mia vita di uomo e di calciatore un segno meraviglioso ed indimenticabile (…). Vivendo tra voi, avevo finito col pensare che era proprio un segno del destino che la parola Roma letta al contrario suonasse Amor … (…)». Domenica il nostro Falcao riceverà ancora una volta l’amore del suo pubblico. (…) La nostra chiacchierata è corsa via in un lampo, pur essendo durata quasi due ore. Quando in Italia si parla del Brasile si pensa subito al calcio e al Carnevale: come si spiega che proprio questi due aspetti sono quasi divenuti sinonimi del suo Paese? Come modificherebbe questo stereotipo? Tutti i paesi hanno dei sinonimi, degli accostamenti precisi.

 

Probabilmente chi ama il calcio in Brasile ha sempre la possibilità di trovare un campo, al contrario negli altri sport c’è sempre difficoltà di reperimento di impianti. Negli ultimi tempi si è potenziato il settore basket, oggi il Brasile ha una buona squadra, ha un seguito, ma l’interesse per il calcio è rimasto intatto, anzi è andato via via aumentando dopo il primo successo in Coppa del Mondo, nel 1958 in Svezia. Lei aveva conosciuto il successo calcistico in Brasile prima che in Italia: ha dei ricordi particolari dell’affetto dei tifosi brasiliani? Può fare un paragone tra le forme in cui si è manifestato l’affetto di quei tifosi e quello dei tifosi italiani? Sono più o meno la stessa cosa. C’è una sola, fondamentale differenza: in Brasile il tifoso vede la propria squadra giocare quattro volte in casa, per via della struttura del campionato, qui in Italia invece si viaggia ogni quindici giorni.

 

Quali difficoltà ha trovato arrivando inItalia? All’inizio c’era il problema della lingua, presto superato, Niente altro.

 

Il calcio? Le regole sono sempre le stesse, il pallone è rotondo come in Brasile. Si parla del successo come qualcosa di “meraviglioso”.

 

Dal suo punto di vista, comporta dei lati negativi? Non so se il successo sia meraviglioso come dice lei. Io cerco sempre di fare quello che è meglio, sia quando gioco che quando mi occupo di altre cose. Ecco perché non mi rendo conto se esistono lati negativi.

 

Se non avesse fatto il calciatore quale attività avrebbe voluto intraprendere? Mah, non ho avuto la possibilità di fare altro che il calciatore, non ho avuto il tempo di pensare ad un’altra professione perché tiro calci da quando avevo cinque anni.

 

Questo scudetto con la Roma cosa significa per lei? Moltissimo, sia sotto il profilo professionale che quello umano. Con la mia squadra di Porto Alegre, l’International, avevo già vinto tre tornei, ma questo italiano ha un senso speciale. Sono contento per me stesso e per la gente, per tutti quei tifosi che aspettavano questo momento da oltre quarant’anni.

 

Sua mamma Azise, suo fratello Pato, gli altri componenti della sua famiglia in Italia, come hanno vissuto questo momento? Come me, con gioia. Il fatto che il sottoscritto non prenda mai una decisione senza prima essersi consultato in famiglia, dà l’idea di come si possono vivere momenti felici o momenti tristi.

 

Senta Falcao, in questi tre anni c’è stato qualche contrattempo che l’ha infastidita? Problemi gravi non ne ho avuti. Ho solo il rammarico di non aver potuto continuare gli studi universitari, La Roma mi ha portato via molto tempo. Ma ne valeva la pena.

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