«Genoa-Roma, amore e incognite»

di Redazione, @forzaroma

(Il Romanista – M.Macedonio) – Insieme a pochi altri, è il doppio ex per eccellenza, Sebino Nela, quando c’è di mezzo Genoa-Roma. Lo è innanzitutto perché a Genova – meglio, in provincia, a Rapallo – c’è nato e con indosso la maglia rossoblù ha iniziato a tirare i primi calci, passando attraverso tutta la trafila delle squadre giovanili. «Fino agli Allievi – puntualizza, non senza una legittima punta d’orgoglio – perché a diciassette anni ho esordito in prima squadra, saltando a piè pari la Primavera». Da allora, tre campionati da titolare in serie B, l’ultimo dei quali – era l’80/81 – concluso con la promozione in A e il passaggio alla Roma. Un legame forte, dunque, quello dell’ex difensore con entrambe le società. «E’ vero. Ho giocato in tre sole squadre – racconta Sebino – e sono rimasto affezionato a tutte e tre. E mi riferisco anche agli ultimi due anni al Napoli, dove mi sono trovato molto bene. Quanto a Genoa-Roma, è un appuntamento che per me si rinnova ogni anno. E spesso con qualche polemica di troppo. […]».

 

Sul quel campo, a Marassi, ci vincesti addirittura lo scudetto, nell’83…
Che giornata, quella. Con loro che si salvarono e noi che festeggiammo il titolo.

 

Un percorso iniziato giovanissimo.
Avevo nove anni. E con il Genoa sono rimasto fino ai venti. Undici stagioni, come quelle in giallorosso, anche se a Roma sono state tutte da giocatore professionista. Ricordo comunque bene quei tre campionati in B, con tre allenatori diversi. Quando tutto avrei pensato meno che di poter giocare da terzino. Partii infatti come mezz’ala, fui poi spostato in mezzo al campo o a fare il mediano sul regista avversario, o anche lo stopper.

 

Dove avresti giocato, anche a Roma, qualche anno più tardi.
Esatto, come centrale di difesa. Il mio passaggio? Fu Giorgio Perinetti a segnalarmi a Liedholm. Che venne anche di persona a vedermi giocare e mi portò a Roma. E fu proprio Nils ad avere l’intuizione di mettermi nella posizione di terzino. Il primo anno a destra, il secondo anche, perché di là c’era Maldera, e poi finalmente a sinistra. Fu lui a capire, viste le mie caratteristiche fisiche e di corsa, che avrei potuto rendere di più lì, anche se non ci avevo mai giocato. E lì sono poi rimasto, per tutta la mia carriera.

 

Due squadre, Genoa e Roma, accomunate dall’avere entrambe una tifoseria molto passionale.
La differenza la fanno solo i numeri, perché a Roma la platea è più vasta. Però, l’amore per la squadra e per i colori è effettivamente uguale. Cambia un po’ per quanto riguarda il derby. A Roma è vissuto più sullo sfottò, e quindi si ride e si scherza di più, mentre a Genova non si fanno battute, e tutto è sentito con più “cattiveria”.

 

Che partita ti aspetti, domenica sera?
Una partita aperta. Perché dipende tutto dalla Roma. Ancora non abbiamo ben chiaro un quadro della squadra giallorossa ed è quindi difficile fare valutazioni. Se a Marassi giocasse la Juve o il Napoli, o comunque una squadra già ben delineata, sarebbe più facile fare previsioni. La Roma è invece ancora in evoluzione, e quindi un’incognita. Deve ancora potersi esprimere, farci vedere di che cosa è capace e quali margini di miglioramento abbia.

 

E il Genoa? Sembra avere un Borriello già ben inserito.
E’ un ragazzo che conosce bene l’ambiente ed è un po’ come se fosse tornato a casa. Ha poi la fiducia dei compagni, del tecnico e del presidente e, a mio parere, sta puntando anche al ritorno in nazionale.

 

Torniamo alla Roma. Si preannuncia una squadra quanto mai giovane in campo. Un azzardo?
Non lo è, se si è deciso di intraprendere un nuovo percorso puntando su giovani che si ritiene siano di qualità. Si tratterà di capire se sono davvero giocatori di un certo livello o meno, ma la scelta della società è pienamente legittima.

 

Ci sono giocatori che possono dirsi più o meno adatti ad un determinato gioco? Mi spiego: se si hanno davvero qualità tecniche, è difficile pensare che non sia possibile inserirsi negli schemi di Zeman. Tu cosa ne pensi?
Penso che è possibile, anzi probabile, che qualche giocatore abbia bisogno di più tempo per acquisire meccanismi, schemi e moduli tattici. Per caratteristiche, può però succedere che, ad esempio nel reparto avanzato, ci siano giocatori che non riescono a fare tutte e due le fasi, come richiede l’allenatore. E magari, non sono così compatibili l’uno con l’altro. Ma c’è anche un livello fisico. Perché per fare determinate cose, serve un’adeguata preparazione. E, o ce l’hai, o la devi costruire. E ci vuole tempo, ci vuole impegno.

 

E’ quindi solo un problema di acquisizione o anche di disponibilità del giocatore? Ovvero, di convinzione dei singoli riguardo alla bontà del progetto?
Certo, ma non è una novità. Anche per me, come dicevo, si trattò di cambiare radicalmente modo di giocare, con Liedholm, non avendo mai fatto il terzino. Ma se ti va di giocare e ti impegni, non c’è niente di strano a modificare il proprio modo di giocare. Il calcio è pieno di storie di giocatori che hanno cambiato ruolo. Magari non lo sai neanche tu, che sei direttamente coinvolto come calciatore, mentre l’allenatore, che ti giudica dall’esterno, può dirti di vederti meglio in un’altra posizione. All’inizio gli dai del matto. Poi, provi una, due volte, vedi che le cose riescono, e ti convinci.

 

E’ quindi anche un problema di fiducia verso il tecnico, fermo restando che un giocatore è pagato per fare ciò che questo gli chiede.
E’ così. Anche perché è lui che si assume le responsabilità della squadra. E i dirigenti ci sono anche per valutare l’operato dell’allenatore.

 

E’ la disputa di sempre. Tra chi ritiene che il tecnico debba tener conto della rosa a disposizione e piegare le proprie convinzioni alle caratteristiche dei giocatori, e chi sostiene invece il contrario.
Penso che laddove vi è un allenatore che non intende cambiare il proprio credo calcistico, debba esserci collaborazione tra lui e la società nello scegliere i giocatori più funzionali.

 

A questo proposito, come giudichi la vicenda De Rossi e Osvaldo?
E, soprattutto, come ti auguri che evolva? Nessuno di noi può prevedere cosa succederà domani. La speranza è che tutto possa sistemarsi al più presto e nel migliore dei modi per tutti. Perché innanzitutto c’è un bene comune, che è la squadra. In classifica, davanti camminano e i punti di differenza sono già parecchi. Ci manca solo che ai problemi di natura tattica si aggiungano anche quelli di spogliatoio tra giocatori e allenatore. Il tecnico è libero di decidere chi, di volta in volta, deve andare in campo, valutando i propri giocatori durante la settimana. La volta scorsa ha fatto delle scelte, speriamo che a Genova possano essercene delle altre.

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