Erano in 17 e mangiavano i gatti

di Redazione, @forzaroma

(Il Romanista – M.Izzi) Premessa: il giornale Il Romanista per cui collaboro dal primo giorno di vita (del giornale), mi chiede un pezzo sulla Lazio.

Il dubbio e la speranza, è che si tratti di una dissertazione sui vigneti tipici di questa incantevole regione … ma dura poco, mi si chiede, più concretamente, di dissertare sulla Società Sportiva Lazio. Dire di no non si può, simulare malori non sarebbe carino, anche perché Franco Bovaio, probabilmente, si troverebbe sulle spalle un pezzo sulla Lazio (e i suoi vigneti?) e non la prenderebbe bene. Mi viene in mente uno strepitoso passo di un articolo di Beppe Viola dedicato ai “top player” del tennis dei suoi giorni: «Li odio tutti, dal profondo del cuore. Giovani, magri, ricchi, fosforescenti (…). Non vi salti in mente di andare a Wimbledon, trovandovi in Inghilterra per il mese di giugno. Lasciateli lì a marcire sui loro prati, confusi tra i loro giudici di linea e la duchessa di Kent, diamo loro una lezione, perdio. Se avete coraggio, s’intende. Se no fate come volete. Ma poi non lamentatevi se il mondo è quello che è».

Ora, non è che io odi la Lazio (ci mancherebbe altro, odio è una parola da usare con ripugnanza in qualsiasi settore, ma nello sport non deve avere cittadinanza), ma amo alla follia Beppe Viola, una sorta di Mozart del giornalismo italiano, ed evocarlo mi serve a bilanciare il retrogusto amaro di dover rimettere mano, per l’ennesima volta, all’ossessione dogmatica dei nostri amici biancocelesti. Quando la Roma nacque, nel giugno 1927, si costituì come Associazione Sportiva e in ossequio al vigente regolamento federale si organizzò come polisportiva (non mancavano una sezione ciclismo e una di atletica leggera), ma la sua “missione”, sin dal primo giorno fu il calcio. Lo sapevano i suoi sostenitori e i suoi (tanti) avversari e detrattori. Per un comprensibile transfert, i tifosi della Lazio sono portati a credere che questa sia stata anche la genesi della propria squadra del cuore. In realtà non è così. Nata a gennaio del 1900, l’11 marzo la Lazio era impegnata (con successo peraltro) a gareggiare nella 20 Km organizzata per inaugurare il monumento a Carlo Alberto in Via XX settembre. Quella del podismo, insomma era la vera passione e vocazione degli atleti laziali.

L’AS Roma, sin dai suoi primi giorni di vita fu seguita da migliaia di appassionati. Per il suo debutto assoluto contro l’UTE, al Motovelodromo, il governatorato di Roma fu costretto a rafforzare il servizio di tramvie che collegava l’Appio al resto della città …. «perché giocava la Roma», una costatazione che divenne da allora, ovvio corollario a qualsiasi apparizione cittadina dei lupi. Anche qui i tifosi della Lazio, sono portati a credere che anche la propria beniamina sia nata in questo contesto di grande (in senso numerico) passione popolare. Non è così. A giugno 1900, la seconda assemblea sociale della S.S. Lazio vide partecipare 17 tesserati che si riunirono nella storica sede di Via Valadier 21. Questa sede, nei ricordi del socio Vittorio Spositi consisteva, come scrive Marco Impiglia (storico che non nasconde la sua simpatia per i colori biancocelesti) nel bellissimo libro: Pionieri del calcio romano, in: «Una stanza quadrata: un tavolo al centro, al quale sedeva da mattina a sera un socio fanatico di carte, in perenne attesa di compagni disposti a giocare a scopa “pizza e salame” (tanto che gli venne il nomignolo di onta); un chiodo al muro dove Balestrieri, ufficiale di complemento alla caserma Macao, attaccava il cavallo (…). I biancocelesti erano podisti e nuotatori per volontà propria e per cause di forza maggiore, mancando loro i bajocchi per darsi ad altre attività sportive. Come ricordò in seguito Romano Zangrilli, il gatto era il pezzo forte d’ogni banchetto in sede, acchiappato dallo specialista Golini. Finiva al forno con le patate, mentre vermouth e paste costituivano la posta per i giochi di carte, grande passione dell’Aloisi. Pizza e birra erano invece il premio per la sfida di corsa: il giro del palazzo di Via Valadier, Piazza della Libertà, Via Cola di Rienzo e Via Lucrezio Caro (circa quattrocento metri)».

Insomma i primi soci laziali saranno stati anche appassionati ma erano pochini. A luglio 1900, la Lazio inaugurava la sezione nuoto e con essa, in breve, la sua sede fluviale, che consisteva in una «vecchia barca di circa sei metri, di quelle utilizzate per la pesca col mulinello; aveva una baracchetta al centro e si adoperava come punto d’appoggio per spogliarsi e fare il bagno ». A ferragosto i soci biancocelesti idearono una gita podistico- balneare. Negli anni questo Club, a cui effettivamente va riconosciuto un ruolo considerevole nell’ambito sportivo romano, costruì anche una propria attività calcistica, riuscendo ad aprire un ciclo che la vide dominare il circuito cittadino e regionale. Le origini e l’anima polisportiva della Lazio, la caratterizzarono però, per sempre, come una squadra di nicchia, nata per la pratica sportiva dei propri tesserati. L’AS Roma sorse invece per la gente di Roma. Non si trattava di sportman che la domenica correvano la 20 Km, il lunedì nuotavano e il martedì erano impegnati nelle gare da 60’ di calcio ginnico. L’AS Roma era chiamata a dare al popolo una squadra di calcio per cui tifare. Il punto centrale è solo questo, le altre medaglie che da sempre la Lazio rivendica con orgoglio, possono essere comprese, rispettate, ma perdono significato di fronte all’unica cosa che importi veramente: l’AS Roma e i romani sono una cosa sola.

Questa squadra, è nata per appassionarli, consolarli divertirli e a volte anche farli disperare. E’ uno dei dieci motivi per cui vale la pena vivere: «Se no fate come volete. Ma poi non lamentatevi se il mondo è quello che è».

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