Da NY ad Arezzo, è l’antidivo

di Redazione, @forzaroma

(Il Romanista – M.Izzi) La notizia del rinnovo di contratto di Walter Sabatini, se pur scontata per uno degli architravi su cui la Roma sta edificando il suo futuro, è comunque un momento propizio per una riflessione

su quanto (tanto e … assai) questo dirigente che sembra uscito da un romanzo di Hemingway, ha saputo dare, in termini di serietà, rigore e operatività, al club giallorosso. E’ affascinante Sabatini, come affascinante è stata la sua vita. Mai banale, nelle cose che fa, per quello che dice e per il modo in cui le dice. Neanche da calciatore gli è riuscito di essere banale. Vogliamo parlare della sua uscita dalla Roma? Era il giugno del 1977, la squadra, guidata da Trebiciani era a New York, a guadagnarsi un ingaggio di 50 mila dollari, giocando su campi infami, contro squadre approssimative, accompagnata dal grande entusiasmo della comunità italo-americana.

Contro l’improbabile formazione degli All Stars (reclutati nei bar locali), gente come Santarini, Bruno Conti, Di Bartolomei, De Sisti e Sabatini, si sforzava di far vedere cos’è il calcio. (…) A fine gara, Paolo Conti salutò la compagnia e tornò a Roma per sostenere un esame universitario, la Roma volò in Florida per concludere la tournee contro il Tampa. In porta giocherà Quintini, a Trebiciani erano rimasti 12 giocatori, compreso Sabatini. Il pareggio al Tampa Stadium, il 15 giugno, è stata l’ultima gara con la maglia della Roma di Sabatini, il giorno seguente, alle 10, atterrò a Fiumicino, dopo 14 ore d’aereo. Lì iniziò una nuova vita, della Roma avrebbe riparlato 33 anni dopo. Walter Sabatini spesso in cerca di un telefonino, perennemente in lite con una sigaretta: un po’ Bogart, ma senza soprabito e senza un Sam a cui chiedere di suonare per lui. Non avrebbe il tempo di fermarsi. Chissà chi ha fumato più sigarette nella sua vita, Sabatini o Bruno Pesaola. Il primo, da giocatore ha creato diversi grattacapi a Liedholm, che credeva moltissimo in lui, il secondo è stato a suo tempo, la disperazione di Fulvio Bernardini. Sabatini, neanche a dirlo, è stato giocatore di Pesaola a Siracusa, campionato di C1, 79/80: un po’ come mescolare i colori rubandoli da tavolozze di due artisti di epoche diverse. Diventato dirigente si è trasformato in una sorta di “minotauro”, metà uomo, metà scrivania… 12 ore al giorno seduto, al lavoro, le altre trascorse in giro per i campi di mezza Italia ad assistere a partite improbabili. Leggo il libro autobiografico di Serse Cosmi: “L’Uomo del fiume”. I due hanno collaborato all’Arezzo e al Perugia.

Il tecnico racconta di quando Sabatini, dopo un Arezzo–Brescello del campionato 1998/99, lo trascinò a Parma a vedere il Perugia. Ma chi ha voglia di vedere ancora calcio dopo un match al cardiopalma per la salvezza contro il Brescello? Sabatini, evidentemente sì. Nel 2000 Cosmi arriva al Perugia, Gaucci gli dice: «Lei diventerà per il Perugia quello che il mio veterinario è stato per Tony Bin». Forse a questo punto medita di fuggire, ma Gaucci gli mette a fianco Sabatini, che è con lui anche il giorno del debutto in A. Allo stadio solo 3000 persone, che: «stavano sugli spalti come si aspetta un funerale». Sul campo, sotto la pioggia lo raggiungono Mario Palazzi e Walter Sabatini: «Ci siamo guardati negli occhi senza parlare: eravamo gli unici al mondo a credere nel Perugia. Tutti gli altri ci avevano abbandonato da un pezzo, alcuni non ci avevano mai presi in considerazione». Ecco, Sabatini mi piace perché è un uomo che non molla, che non tradisce, che al momento giusto rimane sotto la pioggia a prendere l’acqua, per poi sparire quando esce il sole. Qualche anno fa a un giornalista che gli chiedeva delle sue foto da calciatore per corredare un articolo, ha risposto di non avere più nulla: «Ho bruciato il mio passato», eppure in questo anno giallorosso, Sabatini è stato sempre in prima fila quando si è trattato di celebrare momenti di storia giallorossa. Il libro di Giorgio Rossi, il film dedicato ad Ago… l’inaugurazione del Campo A di Trigoria intestato sempre a lui, Diba, il ragazzo dal tiro devastante con cui Sabatini passeggiava tra i grattaceli di New York …. C’era una volta in America, sembra un film, anzi, un libro di Hemingway, ma questo, come direbbe Sabatini, l’ho già detto.

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