La Roma di Garcia «Possesso, pressing e a Trigoria più buchi che nel groviera»

di finconsadmin

(Corriere della Sera – L.Valdiserri) Rudi Garcia è il contrario del Martini di James Bond: mescolato, non agitato. Non vuole dare lezioni, però non nasconde le sue idee. Non è un integralista, ma ritocca il dettaglio e mai il quadro generale. Il suo punto di vista è interessante perché, anche se si è adattato a tempo di record all’Italia, conserva distanza da quelle che per noi sono consuetudini e per lui ancora stranezze. Intanto, i fatti dicono: 21 punti su 21, 20 gol fatti, uno subito. La costruzione della Roma «Ho avuto buone sensazioni dall’inizio. Vedevo la squadra giocare, come poteva, un calcio che mi piace. Siamo partiti da lì e dal lavoro sulla testa, soprattutto di chi c’era già. Non capivo come potesse esserci una parte di tifosi che amava la sua squadra e odiava i suoi giocatori».

L’idea di gioco «Una squadra che sa fare un cosa sola è limitata. Io preferisco avere il possesso palla, ma se non è sterile. Se posso, presso alto. Il primo gol contro l’Inter nasce così. Può aver sbagliato Ranocchia, ma Balzaretti era lì per approfittarne. Se non è possibile pressare alto, si mantengono la posizione e le linee strette tra centrocampo e difesa».

La sfida al Napoli «Sono felice che si giochi all’Olimpico, come da calendario. Mi sembra la soluzione più equa. E mi va bene giocare di venerdì, anche se ci sono via tanti nazionali».

Lo scudetto «Mi fanno tutti la stessa domanda: la Roma è da scudetto? Ne faccio una io: l’Atletico Madrid, che ha vinto 8 partite su 8, è da scudetto? Più di Barcellona e Real? Siamo primi e sono contento, ma Juve e Napoli sono a due punti. Ho conosciuto Conte, quando la Juve si è allenata a Trigoria prima della Supercoppa: è un vincente e un lottatore, come la sua squadra. Preferisco guardare il distacco dal quarto posto…».

Il razzismo «Deve essere combattuto in tutti i modi, ma è un problema della società e non solo del calcio. Cominciamo dalla scuola: nessun bambino è cattivo. Lo sport aiuta. Conta il talento, non il colore della pelle. Ho imparato in questi giorni l’espressione “discriminazione territoriale”. Cosa ne penso? Che si può fare tanto con i mezzi che già ci sono: le telecamere negli stadi, i biglietti nominativi, la possibilità di impedire l’ingresso a chi infrange le regole».

Francesco Totti «Ha bisogno di toccare spesso la palla e la squadra ha bisogno che lui lo faccia. In ritiro ho fatto degli esperimenti, ma per capire che è un campione non c’era bisogno di provare nulla».

Daniele De Rossi «Avevamo fissato una data: passata quella, sarebbe rimasto. Il Manchester United lo ha cercato due o tre giorni prima dell’esordio in campionato. Ha detto no. È uno di quelli per cui la parola data vale sempre».

Il comitato di saggi «A volte sei cervelli hanno più idee di uno solo, però la decisione finale resta la mia. L’importante è che sia condivisa».

Il desiderio «Cosa cambierei? A Trigoria ci sono più buchi che nel groviera. Si vede tutto quando ci alleniamo. E i dettagli contano, su uno schema da calcio piazzato posso vincere o perdere una partita». Mescolato, non agitato.

 

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