Fiumi di denaro tra società e agenti. In mezzo il giocatore e regole poco chiare

di Redazione, @forzaroma

(Corriere della Sera – A.Arzilli) Euro, dollari, yuan, qualsiasi valuta è buona a far ingrossare il fiume di milioni su cui naviga il calcio. Un flusso di soldi incontrollabile, e talvolta incontrollato, che tutto risucchia: club, giocatori, procuratori, un triangolo delle Bermuda nel quale spesso i capitali scompaiono per ricomparire nei paradisi fiscali o laddove le banche sono più discrete.

 

In Svizzera e a Milano c’è un’indagine in corso sui laziali Zauri e Mauri, è storia di questi giorni. Ma anche la giustizia sportiva ha dovuto rimboccarsi le maniche per sanzionare le irregolarità nei trasferimenti: problemi di non tracciabilità, di soggetti non titolati a operare in ambito sportivo, di consulenze e commissioni fittizie, di un «far-west» selvaggio nel quale il confine tra lecito e illecito è talmente sfumato da rendere difficile capire se oltre alla colpa c’è il dolo.

 

In tanti ci sono cascati, una pioggia di ammende e inibizioni che non ce la fanno a essere un deterrente efficace. Poche regole in Italia e praticamente nessuna nelle transazioni con l’estero, soprattutto con le colonie del pallone, Africa e Sudamerica. Lì succede davvero di tutto, dai cartellini gonfiati ai fondi di investimento che li detengono e che stabiliscono il prezzo del giocatore in base alla tassazione di chi compra e alla quantità di «nero» che è possibile ricavare sottobanco. In Italia, almeno, ci sono delle regole. Il club vuole un giocatore e contatta il suo agente, se l’operazione si fa anche lui va a libro paga. Poiché il calciatore non tira fuori un euro, la percentuale che spetta al procuratore è a carico di chi compra. Una volta questa non poteva andare oltre il 5% sul lordo del nuovo contratto, ora il tappo è saltato e il «quid» è libero, di prassi intorno al tre. Se il direttore sportivo è un amico, l’agente ha svoltato.

 

La burocrazia federale prevede un modulo blu e uno rosso, il primo riguarda il mandato a trattare da parte del club, il secondo è la procura del calciatore, entrambi convergono su una figura che per operare deve essere registrata dalla Fifa, l’agente sportivo appunto. Che si deve sdoppiare visto che di carte può firmarne solo una ed è sempre costretto a chiamare il procuratore amico per la ratifica di una trattativa che ha condotto in prima persona. Sono regole tutte italiane, nel senso che tengono conto di un ipotetico conflitto di interesse, ma preferiscono chiudere un occhio sull’escamotage per aggirarlo. All’estero, invece, la deregulation è assoluta. Il mandato per trattare un tesserato diventa una vera e propria investitura di mediazione finanziaria, non prevede limiti o tetti e segue sempre la via meno tassata. Lievitano i prezzi dei cartellini, spesso, soprattutto in Sudamerica, ci pensano le finanziarie che lottizzano il calciatore in azioni come fosse un’azienda. Quasi sempre vige la legge del «do ut des», una pratica per consolidare rapporti redditizi che compatta tutti i soggetti verso un obbiettivo comune: il profitto.

0 Commenta qui

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy