Zeman alla Roma, e allora Rodgers dice sì al Liverpool

di Redazione, @forzaroma

Alla prima offerta del Liverpool aveva detto di no e c’è chi dice su suggerimento di Franco Baldini che lo voleva sulla panchina della Roma come successore di Luis Enrique.

Lui, probabilmente, il tecnico straniero con il quale, a detta di Sabatini, la a dirigenza giallorossa si è sentita in conference call. Poi a Trigoria hanno cambiato idea, prima con Montella e adesso con Zeman, liberando così Brendan Rodgers che ora è ufficialmente il nuovo allenatore del Liverpool, il club inglese molto vicino come proprietà alla cordata americana di Thomas DiBenedetto.

CHI E’?
E allora proviamo a conoscerlo, per scoprire che, se la sua fama non ha ancora valicato i confini del Regno Unito, se il suo nome non riempie le pagine dei giornali in Italia (dove pure lo voleva la Roma su idea di Baldini), Spagna, Francia, tanto carneade in realtà Rodgers non è. Nato in Irlanda del nord 39 anni fa, dimostra subito talento per il pallone, gioca nel Reading, serie minori del campionato inglese, ma giovanissimo si rompe un ginocchio e deve dire addio alla carriera in campo. Allora si mette a studiare da allenatore. E dimostra di avere, dalla panchina, anche più talento che in campo. Del modo in cui lavora con le squadre giovanili del Reading si dicono cose sensazionali. Sentiamo un brano del suo personale vangelo: “Quando vengono al mondo i ragazzi inglesi, gallesi, scozzesi, irlandesi, essi non sono differenti dagli altri ragazzi. Non è che i ragazzini spagnoli nascano spruzzati di talento calcistico. I nostri ragazzi hanno le stesse capacità, ma forse chiediamo loro di giocare in maniera diversa”. Lui insegna ai ragazzi a trattare la palla, passarla, farla girare, come si fa in Spagna, o in Argentina. E i risultati si vedono. Poi Rodgers fa un’altra cosa: viaggia. Comincia a passare del gran tempo nelle accademie giovanili del calcio dell’Ajax e del Barcellona, vale a dire nelle due scuole di football migliori d’Europa – o del mondo. E in più decide di fare una cosa rarissima per un inglese (o irlandese): imparare le lingue. Sicché impara, abbastanza bene, lo spagnolo e l’italiano. A questo punto, è il 2004, riceve una telefonata da un signore che di calcio un po’ se ne intende: José Mourinho, che lo assume come allenatore delle giovanili del Chelsea. Due anni dopo è promosso ad allenatore delle riserve del Chelsea. Nel 2008 diventa allenatore del Watford, lo prende in serie B in zona retrocessione e lo porta a metà classifica. Viene richiamato dal Reading, licenziato dopo pochi mesi per una serie di risultati deludenti, e poi assunto dallo Swansea che porta alla promozione dalla B alla Premier League nella stagione 2010-2011 e all’undicesimo posto in classifica quest’anno. In che modo? Non ha grandi campioni, non ha tanti assi stranieri, non ha soldi da spendere. Ma insegna un calcio spettacolare e concreto al tempo stesso, fa giocare i suoi come un mini-Barcellona, infonde loro entusiasmo e passione. Infatti i giocatori lo adorano. E pur essendo dei carneadi, anche loro, quest’anno hanno battuto in casa il Manchester City, l’Arsenal e il Liverpool. Insomma, Rodgers è uno che applica i metodi di Guardiola e la psicologia di Mourinho. “Con lo Swansea ha fatto un lavoro fantastico”, ha detto recentemente di lui Harry Redknapp, l’allenatore del Tottenham, “non c’è dubbio che finirà a un grande club”. Adesso c’è finito. E conoscendo la sua storia si capisce meglio la scelta del Liverpool: è l’uomo giusto per provare a ricostruire un grande club in crisi, puntando anche su giocatori fatti in casa e senza bisogno di fare spese folli. La sua grande occasione è arrivata. Non è detto che gli vada bene. Ma nessuno potrà più dire: Brendan Rodgers, chi era costui?

(da repubblica.it)

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