Walter e le sue rivincite

di finconsadmin

(di Alessio Nardo) Il 26 maggio fu un giorno da incubo anche per lui. Walter Sabatini era lì, come noi, perso nello sgomento di un pomeriggio orribile, con la sua proverbiale sigaretta in bocca e gli occhi persi nel vuoto. Nel cuore la desolazione, nel cervello le prime idee. Chiare, precise, nette. Lunghe riflessioni e poi il lavoro, svolto in solitudine, finalmente (e felicemente) orfano di partner mai efficaci, che evidentemente non lo hanno messo in condizioni di lavorare nel modo ideale. Occhio, niente alibi. Sabatini dei suoi errori non ha mai fatto mistero. Li ha pubblicamente ammessi al termine della campagna acquisti estiva, dopo oltre due mesi di saggio silenzio. Periodo di strascichi devastanti, d’ira e contestazioni di una piazza giustamente furiosa. Walter ha costruito la sua riscossa passo dopo passo. Incassando, sopportando, progettando.

 

La nuova era è partita da un’altra scommessa. L’ennesima, l’ultima. Quel Rudi Garcia che non tutti, a giugno, accolsero con il sorriso sulle labbra. Scommessa, già, ma ben diversa dalle “altre due”. Ossia, Luis Enrique e Zdenek Zeman. Il primo, una semplice “idea” di allenatore. Il secondo, un senatore delle panchine più assetato di personali (e morali) rivincite che di concreti risultati sul campo. Rudi, pur non conoscendo direttamente la Serie A e provenendo da una realtà relativamente piccola come Lille, ha saputo portare la sua esperienza, i suoi anni in Ligue 1 ed i suoi successi (un campionato ed una coppa nazionale). Ben altre premesse. Ed una nuova idea di Roma, basata sulle caratteristiche clamorosamente mancate nel biennio horribilis: l’esperienza, la fisicità e soprattutto la personalità. Sabatini ha avuto l’intelligenza di cambiare anche se stesso. O meglio, il proprio modo di vedere il calcio. Stop al solo piacere estetico, alla quasi esclusiva ricerca di gente tecnica e giovane. Si è cambiato registro. Netta inversione di tendenza, se non totale. Con stessa ammissione, come detto, da parte di Sabatini agli inizi di settembre.

 

Inoltre, il ds ha dovuto sottostare agli ordini supremi. Ovvero, dover chiudere il mercato con un consistente attivo. Migliorare sì la squadra, ma vendendo, cedendo quei pochi elementi dai quali ragionevolmente la Roma sarebbe dovuta ripartire. In primis, Marquinhos e Lamela. Via tutti e due, oltre al pluridiscusso Osvaldo. Tanti soldini ricavati e solo in parte utilizzati per gli acquisti necessari. Per alcuni è stato necessario spendere (Strootman, Benatia, Gervinho, Ljajic), per altri è bastato il semplice sforzo di un aereo pagato (Maicon e De Sanctis). Il mix si è rivelato eccezionale, con Garcia abile a rimotivare e rilanciare i “resti” della Roma devastata dalla finale di Coppa Italia. Quindi i vari Castan, Balzaretti, Florenzi, Destro, Pjanic, Totti. Fino a De Rossi, dato per sicuro partente nel mese di giugno, in piena Confederations Cup. I risultati sono stati un’elementare conseguenza dell’ottimo lavoro svolto. Le vittorie, le strisce positive, l’eccellente tenuta difensiva, la positiva e solida situazione di classifica. Un paradiso ritrovato, distante anni luce dalle malinconiche e deprimenti sensazioni d’inizio estate.

 

Ora gennaio, altri squilli. Prima Radja Nainggolan, strappato alla concorrenza di mezza Serie A (e ad un cliente scomodissimo di nome Cellino). Poi Michel Bastos, ex uomo di Garcia in Francia, altro elemento d’esperienza e qualità in grado di giostrare in più ruoli, anch’egli sottratto a prestigiose rivali (vedi Napoli). Per non parlare della “meravigliosa” cessione di Bradley al Toronto per dieci (!) milioni di dollari. E non è finita qui, visto che di obiettivi di mercato, sul taccuino di Sabatini, ce ne sono ancora (il difensore centrale resta una priorità). La Roma sta gradualmente assumendo i contorni della corazzata. Oltre ad un undici titolare di primo piano, ora c’è anche un parco riserve di tutto rispetto. Il periodo cupo è alle spalle. Il futuro sorride ai colori giallorossi ed il merito è di chi ha saputo rimodellarsi e rilanciarsi, pur non disperdendo se stesso. Sabatini è sempre il genio dei giovani, l’asso dei baby talenti (Paredes, Sanabria, Abner e Berisha le future “perle” di cui sentiremo parlare). Ma ora, Walter è anche tanto altro. Un dirigente scatenato, che ha archiviato gli errori del passato, scoprendo il piacere dell’acquisto sicuro e affidabile. Definiamolo un completamento, di cui la Roma aveva perdutamente bisogno per riscoprirsi competitiva.

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