Stadio Roma, Papalia: “Se Parnasi mi ha pagato il terreno? Chiedete al curatore fallimentare”

Parla l’ex proprietario dei terreni dell’ippodromo: “La Sovrintendenza aveva escluso nel 2013 il valore culturale dei manufatti all’interno dell’ippodromo. Non c’è amianto e nessun rischio allagamenti”

di Redazione, @forzaroma

Gaetano Papalia, membro della società proprietaria dei terreni venduti a Parnasi per la costruzione dello stadio della Roma, è tornato a parlare dell’area dell’ippodromo di Tor di Valle. Queste le sue dichiarazioni alla trasmissione “Te la do io Tokio”, in onda sulle frequenze di Centro Suono Sport.

Il terreno di Tor di Valle è conosciuto ormai da tutti i romani. Come è entrato in contatto con Parnasi per la vendita del terreno?
La genesi è ante Parnasi. Verso la metà degli anni 2000 noi proprietari dell’area abbiamo iniziato a pensare di cedere l’area, perché le società che gestivano l’ippodromo non erano pi in grado di pagare il canone alla proprietà. La proprietà ha iniziato a sondare il mercato dal 2003, ma l’idea dello stadio nasce intorno al 2008 quando io ho avuto modo di incontrare i rappresentanti di una società che collaborava con il presidente Sensi e poi la figlia Rosella. Collaborava per tutte le questioni tecniche di cui la società Roma aveva bisogno, e si era occupata di fare un progetto che disegnasse la rete stradale intorno a Tor di Valle qualora venisse progettato uno nuovo stadio della Roma che già la famiglia Sensi aveva iniziato a pensare prima che se ne occupassero gli americani e Parnasi. Evidentemente l’impegno che avrebbe dovuto affrontare sarebbe stato così oneroso che le casse della Roma non consentivano un’operazione del genere. L’anno dopo noi trovammo una possibilità di vendita a un fondo inglese molto serio, ma in quella primavera del 2009 il Tar annullò il piano regolatore generale di Roma per un vizio di formazione della volontà dell’assemblea capitolina nel deliberare quel piano. Il giorno prima della firma gli inglesi si ritirarono per questo motivo. Era un contratto molto buono, intorno ai 50 milioni di euro. Nel luglio il Tar ripristinò la validità del piano regolatore generale, quindi fu un fuoco di paglia che però fece saltare l’accordo con gli inglesi.

Come si arriva a Parnasi?
A Parnasi si arriva per una comune conoscenza che ci aveva messo in contatto, tramite il dottor Mei. Chiesi di conoscere Parnasi per capire se fosse interessato ad acquisire una squadra di pallacanestro che gestivo, poi parlammo dell’area di Tor di Valle e lui si disse disponibile a rilevarla per intero con un preliminare. Nessun costruttore avrebbe preso il terreno se non perfezionando il contratto di compravendita alla firma della convenzione urbanistica, alla firma degli atti con cui il Comune consente di edificare l’area. C’erano costruttori che non credevano che nella Roma ci fosse la volontà effettiva di fare lo stadio. Parnasi predispose un progetto di massima tutto residenziale, utilizzando la cubature di compensazione che lui si portava dietro da operazioni immobiliari che poi si erano trasformati in parco pubblico e che l’amministrazione aveva dato come credito. Oltre alla cubatura esistente Parnasi pensava potesse far atterrare alcune proprie cubature in credito dal Comune per questo villaggio residenziale che aveva una serie di canali: una piccola Amsterdam. Questo progetto fu anche approvato dalla XII amministrazione. Quando dissi a Parnasi di offrire Tor di Valle agli americani lui era scettico e intimorito. Io seppi che la Roma aveva commissionato alla Goldman Sachs la ricerca di un terreno per il nuovo stadio: di volontà mia anche se avevo sottoscritto nel 2010 un preliminare con Parnasi, nel marzo del 2012 andai in via Veneto nella sede della Goldman per sapere se erano interessati all’area. La dirigente che stava assumendo la pratica disse che Tor di Valle non era stata presa in considerazione perché loro prendevano in considerazione solo le aree che i proprietari papabili erano intenzionati a mettere a disposizione. Io obiettai che stavano facendo un cattivo servizio alla Roma, loro mi diedero poi appuntamento alla settimana seguente dicendomi di aver incluso l’area di Tor di Valle, che poi venne selezionata tra le prime settanta, e poi la migliore. E questo dovrebbe far riflettere per tutte le preoccupazioni che sono solo di carattere strumentale.

 Nel progetto che viene pubblicato dalla Regione si dice che sono stati fatti cinque prelievi e in due di questi ci sarebbe la presenza di amianto. A lei risulta?
Assolutamente no, perché tra il 2000 e il 2001 incaricammo una ditta specializzata di rimuovere e smaltire tutto l’amianto dell’ippodromo che era prevalentemente costituito dalle tegole di eternit della copertura dei mille box che ci sono. I box sono suddivisi in 24 box l’uno, e la ditta ha rimosso tutto. Mi ricordo che questo smaltimento ci costò circa settecento milioni. Poi facemmo un ultimo piccolo smaltimento delle tettoie delle biglietterie, ma 4-5 mq, e all’ingresso delle scuderie.

Ci sono mai state esondazioni?
No, infatti mi ha meravigliato questa preoccupazione, soprattutto per le associazioni ambientali che non si sono mai preoccupate allora dei settecento cavalli che stanziavano all’interno dell’ippodromo. Nessuna esondazione del Tevere, e anche quando le acque basse derivanti dalle piogge forti – anche quando sull’Ostiense veniva sommersa – qui a Tor di Valle entravano in funzione automaticamente due idrovore che sono collocate all’ingresso di Tor di Valle, poste all’entrata dell’ippodromo. Queste pompe appena l’acqua diventava insistente si mettevano automaticamente in funzione e prosciugavano tutto. L’acqua veniva condotta sul cervello del collettore che corre lungo la via del Mare. Noi non abbiamo mai dovuto annullare in 50 anni una sola giornata di corse per maltempo, solo quando ha nevicato perché non avevamo lo spazzaneve. L’unica a essere competente nel definire un’area a rischio esondazione in quel quadrante è l’autorità del bacino del Tevere che ha sempre escluso Tor di Valle, indicando un rischio solo nel Torrino per una possibile esondazione nel fosso di Vallerano.

Lei è mai stato contattato dalla Sovrintendenza ai beni archeologici?
Mai, assolutamente. Quando è stata fatta la traslazione nel 2013, il manufatto aveva 53 anni. Ricordo che Parnasi acquisì una certificazione in cui la Sovrintendenza escludeva il valore culturale dei manufatti all’interno del comprensorio. Quella certificazione aveva tranquillizzato sicuramente il notaio.

Il terreno le è stato già pagato tutto e interamente?
Questo lo dovete domandare al curatore fallimentare. Non sono le domande ma le risposte ad essere un po’ imbarazzanti.

 

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