Spariti i tifosi, sparita la Roma. Fuori contro uno Spezia che fatica in serie B

Sarà Spezia-Alessandria il quarto di finale di Coppa Italia. Uno scherzo? Sì, ma molto ben riuscito. A Roma depressione totale. Maicon rotola sui suoi resti. Dzeko sembra Dorian Gray allo specchio della sua improvvisa fatiscenza.

di Redazione, @forzaroma

Sarà Spezia-Alessandria il quarto di finale di Coppa Italia. Uno scherzo? Sì, ma molto ben riuscito. Fuori, come scrive Giancarlo Dotto su Dagospia.com, contro una squadra che fatica a stare a galla anche in B. A Roma depressione totale. Suicidio morbosamente ricercato, all’ultimo rigore. In centoventi minuti due tiri in porta e mai un cross decente.

Troppo corti, troppo bassi, troppo lunghi. Invischiati a testa bassa in un fraseggio interminabile che è confessione plateale d’impotenza. In attesa di andarsene altrove, Iturbe non va da nessuna parte, eppure continuano a menarlo tutti come fosse Messi. Maicon rotola sui suoi resti. Si fa male anche a infilarsi lo scarpino. Sparito anche Florenzi. Il gol della vita lo ha svuotato.

Doveva essere domenica a Napoli la trappola letale per Rudi Garcia e, invece, stava dietro una partita da nulla, in fondo a centoventi minuti di nulla, di un giorno qualunque. I due bosniaci che sparacchiano i primi due rigori hanno addosso la puzza del fallimento, che gli arriva anche dalle ultime vicende della Nazionale.

Dzeko sembra Dorian Gray allo specchio della sua improvvisa fatiscenza. Si sbatte come un umile eroe da trincea, ma non sembra più un giocatore. Insegue chiunque, incluso se stesso. Sbaglia tutto, ma proprio tutto, di gigantesca solo la malinconia. Pjanic nemmeno quello. Tra lui e Ucan insieme non fanno una tazzina di sangue. Questo Miralem non può tutta la vita pendolare tra il sublime e il ridicolo, scelga dove stare. Nemmeno la fascia da capitano gli smuove qualcosa.

L’immagine profetica tra le tante. L’anemico turco che riesce al novantesimo a mollare un tiretto scolastico e crolla a terra per i crampi. Ma non è il povero Ucan, un cotonato mistero, il problema. In questa Roma ognuno è la controfigura di se stesso. Il disastro non si capisce se parta dalla testa o dalle gambe. Di disastro, sicuro, si tratta. Terzo zero a zero consecutivo, a tramare lo zero assoluto.

Spariti i tifosi, sparita anche la Roma. Irrespirabile tutto. Il paradosso, non si sa se più esilarante o malinconico (dipende se siete più portati a esilarare o a immalinconire) è che la città al mondo dove si blatera più di calcio, è anche la città dove il calcio non esiste più. La chiacchiera ha soppiantato il cuore o cosa per lui.

L’ultimo Olimpico pare un set di “Leftovers”, la serie Hbo dove la gente sparisce nel nulla, i “dipartiti”, risucchiati da qualche vortice demoniaco. Vale anche per l’altra sponda. Ottomila circa spettatori per l’ultimo Lazio-Sampdoria, dove il “circa” è un commiserevole arrotondamento per eccesso e dove il portiere si strappa colpevole di aver esultato, là dove esultare è ormai uno scandalo. Oggi con lo Spezia cinquemila persone, di cui la metà in trasferta dalla Liguria.

Roma senza voglia, senza energia, senza testa e senza cuore. A stare in piedi con lo sputo tra campionato e champions è solo uno scheletro molle, la cui pochezza è più imbarazzante della nudità. E che ha già perso, nel peggiore dei modi, l’unico, realistico obiettivo di stagione.

Non so se questo Spezia è un capolinea, di sicuro è un orrendo incidente da cui si può uscire solo con la catarsi di un’autocritica spietata. In questa Roma tutti, ma proprio tutti, hanno dato il peggio di sé, tifosi inclusi. Da dove ripartire? Non so quando e non so come, ma di sicuro da un allenatore “autorizzato” con i poteri alla Mancini e da giocatori di personalità. In questa Roma ce ne sono pochi e molti di quei pochi nella fase discendente della loro storia.

(G. Dotto – Dagospia.com)

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