Seydou Keita, la leggenda del calcio africano moderno

Il maliano ha già convinto tutti, si è integrato benissimo nel modulo di Rudi Garcia

di finconsadmin

Seydou Keita ha firmato un contratto che lo lega per un anno alla AS Roma qualche giorno prima dell’inizio dei Mondiali di Brasile.

Nelle sessioni di calciomercato che hanno caratterizzato le ultime tre stagioni, vari rumors hanno incessantemente associato i nomi di Eto’o e Drogba, le due figure più carismatiche e vincenti del calcio africano recente, almeno nell’immaginario collettivo, a squadre italiane. Mentre il calciatore africano più titolato (con sedici trofei conquistati dalle squadre di club in cui ha militato), Keita, ha invece accettato a 34 anni la proposta della squadra di Rudi Garcia, preferendola alle tentazioni del Liverpool: “Mi avevano fatto un’offerta già nel marzo scorso. Significa che volevano davvero lavorare con me. E sta a me ora provare che malgrado la mia età ho ancora qualcosa da dimostrare”.

L’impressione è che l’imminenza della competizione iridata, e le ottime prestazioni nell’ultima stagione del centrocampo formato da Strootman, De Rossi e Pjani?, hanno fatto sì che il tesseramento di Keita venisse accolto un po’ troppo in surplace, quando è stato ufficializzato.

Senza troppo rumore è arrivato in Italia un grande giocatore. Con le radici nelle leggende, Seydou Keita è ormai una leggenda del calcio africano moderno.

“Seydou Keita? La migliore persona che abbia mai allenato. Averlo conosciuto è una delle cose più meravigliose che mi sono successe da quando sono allenatore del Barcellona”.

Lo ha detto Pep Guardiola. Credo che quando un allenatore utilizza la parola “persona” anziché “giocatore” ci sia in ballo qualcosa di più profondo di un semplice legame professionale.

Per Guardiola, Keita è il barometro etico e morale dello spogliatoio. Il suo cocco, sussurrano i più maliziosi. “Seydou, semplicemente, è uno di quei calciatori che rendono la professione di allenatore migliore”, ha dichiarato una volta in una intervista. E di fronte a chi ha provato a mettere in dubbio il suo rendimento: “Keita è una delle mie bambine, perciò non toccatemelo”.

Con Pep raramente Keita trova posto nell’undici titolare: è più una sorta di dodicesimo uomo, subito dopo i titolari e immediatamente prima del massivo pubblico del Camp Nou. Seydoublen ripaga il suo tecnico con prestazioni scevre di sbavature. Mai un mal di pancia, mai una lamentela. Torna a giocare da centrocampista centrale, subentrando spesso, in corsa, a Sergio Busquets o a Xavi. “Nel pallone non serve fare troppe chiacchiere: serve lavorare”.

In totale – come riporta il sito Ultimo Uomo – indossa la maglia del Barcellona per 119 volte, mettendo a segno 16 reti, alcune di pregevole fattura, molte facendo semplicemente quel che c’era da fare nel Barça del tiki-taka: farsi trovare al posto giusto, nel momento giusto, per finalizzare l’azione già andata in scena milioni di volte nella testa di Pep.

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