Scudetti, rivoluzioni e sogni infranti: da Nordahl a Olsen, tutti gli svedesi della Roma

Il portiere ieri è diventato il tredicesimo a vestire i colori giallorossi. Dietro una storia importante, ma anche tante delusioni a tinte gialloblù

di Valerio Salviani, @vale_salviani

Quando si parla di svedesi a fare battute su Ikea ormai ci si mette davvero poco. Ma prima che la super azienda di mobili diventasse il simbolo della Svezia nel mondo e raggiungesse l’Italia verso la fine degli anni 80, nella capitale il giallo e il blu della bandiera erano già stati esportati e impressi con impronta indelebile nella storia della Roma. Non ci si scompone quindi a vedere un biondo di Malmö di nome Robin Olsen difendere i pali dei giallorossi e ci penserà il passato (per chi avrà il piacere di ricordare) a fare da garante del suo futuro a Trigoria. Merito sicuramente di Nils Liedholm, l’allenatore del secondo scudetto romanista e della finale di Coppa Campioni persa in casa con il Liverpool. Uno di cui si parla ancora oggi, quasi esclusivamente con il sorriso sulla bocca e con il rispetto che si deve a un maestro che ha saputo insegnare calcio dove il calcio era dogma riconosciuto. Merito anche di Gunnar Nordahl e di Arne Selmosson, altre due esperienze fortunate. Olsen è diventato stanotte – seppur solo in amichevole – il tredicesimo svedese dal 1927 a oggi a vestire la maglia della Roma.

DA SUNDQVIST A WILHLEMSSON“Ma chi è mo ‘sto Wilhlemsson? Vabe’ comunque sta in prestito, male che va glielo ridiamo”. Poi la Roma effettivamente dopo 6 mesi gliel’ha ridato… al Nantes, che a sua volta l’ha dato al Bolton. Non una carriera esaltante la sua, eppure con i giallorossi non andò malissimo. La Roma quell’anno vinse la prima Coppa Italia con Spalletti e lui collezionò 19 presenze e anche un gol, di rapina, contro l’Ascoli. Poca roba, ma è di certo il ricordo più vivo di uno svedese in giallorosso (grazie anche alla bellissima moglie che non passò inosservata). Wilhlemsson arrivò 12 anni dopo Thern, onesto mestierante rimasto 3 stagione, la meteora Dahlin (solo 3 presenze per lui nel 1996) e soprattutto 56 anni dopo il primo connazionale che ha vestito la maglia della Roma. Anzi, i primi 3: nel 1950 dalla Svezia arrivarono Sune Andersson, Stiz Sundqvis, Knut Nordahl, fratello del celebre Gunnar. Solo Sundqvis però è riuscito a lasciare il segno, prima del brusco epilogo della carriera a causa della rottura dei legamenti in una partita contro il Torino. Altri tempi, fosse successo oggi sarebbe ritornato in campo dopo qualche mese. Da un Nordahl all’altro, in giallorosso si è visto anche Gunnar. Il Pompierone arrivò quasi a fine carriera con un fisico non impeccabile e un contratto a gettoni. Riuscì comunque a figurare dignitosamente chiudendo con 34 partite e 15 gol. A Roma si trovò così bene che tornò anche da allenatore qualche anno più tardi. Qualche anno dopo arrivò Bergmark dall’Orebro (2 presenze in giallorosso). Non un’esperienza indimenticabile, al contrario di Torbjorn Jonsson, grande centrocampista dei primi anni 60 (per lui anche 14 gol in meno di 3 stagioni), e di Arne Selmosson, arrivato tra le polemiche perché ex laziale, ma diventato presto un idolo tanto da ispirare la commedia musicale “Raggio di Luna”, prodotta dal duo Garinei-Giovannini. Da un ex laziale ad uno che di biancoceleste si “macchiato” solo dopo l’esperienza con la Roma. Sven Goran Eriksson è stato l’erede di Liedholm. A differenza del Barone però il suo calcio è stato solo un’illusione, così come quello scudetto cullato nel 1986, poi tragicamente perso alla penultima giornata contro il già retrocesso Lecce. A pensarci bene, forse il più romanista degli epiloghi.

GLI SVEDESI GIALLOROSSI

Andersson (1950)
Sundqvist (1950)
K. Nordahl (1950)
G. Nordahl (1956)
Selmosson (1958)
Jonsson (1961)
Bergmark (1962)
Thern (1994)
Dahlin (1996)
Wilhlemsson (2006)
Olsen (2018)

Liedholm (1973 e 1979)
Eriksson (1984)

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