Scontri Liverpool, parla un testimone: “Un’imboscata degli ultras della Roma”

Oscar Rickett racconta gli attimi prima del fischio d’inizio: “Sono arrivati una cinquantina di ultras con passamontagna e sciarpe a coprire il volto, armati di cinghie, spranghe e funi. Uno aveva in mano un martello, un altro quello che sembrava un cappio”

di Redazione, @forzaroma

All’improvviso erano a pochi passi da noi. L’Albert è una tappa fissa quando il Liverpool gioca in casa: è praticamente attaccato allo stadio, di fronte alla Kop. È un pub in cui ci si ritrova prima della partita per intonare cori, vedere gli amici e bere qualcosa facendosi faticosamente strada verso il bancone. Martedì sera, mezz’ora prima della semifinale di Champions tra Liverpool e Roma, ero anche io tra i tifosi davanti all’Albert.
Poi, dal nulla, sono arrivati una cinquantina di romanisti. Non normali tifosi, ma ultras con passamontagna e sciarpe a coprire il volto, armati di cinghie, spranghe e funi. Stavano cantando una canzone contro il Liverpool. Molti indossavano jeans strappati e scarpe da ginnastica bianche. Uno aveva in mano un martello, un altro quello che sembrava un cappio.
Sembrava la solita provocazione, ma qualcosa è scattato ed è partita la rissa. È volata una cintura, e poco dopo c’era un uomo di mezza età a terra, a pochi metri da me, privo di sensi. L’avevo visto un minuto prima, di fronte al pub, e non mi sarebbe potuto sembrare più innocuo. Poi gli ultras della Roma hanno caricato, e noi ci siamo sparpagliati—almeno finché, in una specie di illuminazione collettiva, non ci siamo resi conto che eravamo molti più di loro.
Intorno all’Albert era tutto risse e confusione, e in mezzo l’uomo di mezza età ancora a terra. Sarà rimasto lì per almeno cinque minuti, dopo i quali è finalmente arrivata l’ambulanza. La folla ha fatto spazio lasciando un corridoio verso l’uomo. Della polizia, nemmeno l’ombra. Quando poi sono arrivati, un ragazzino che stava a qualche metro da me — un tifoso del Liverpool— gli è andato incontro infuriato. Dove erano quando servivano, e perché non stavano facendo il loro lavoro?, ha chiesto.
Anche se gli ultras della Roma sembravano usciti dal nulla, erano arrivati da Venmore Street per poi scendere su Walton Breck Road, che supera l’Albert e la Kop. Mi sono messo in mezzo tra il ragazzino e la polizia. “Digli di darsi una calmata,” mi hanno intimato gli agenti.
L’uomo di mezza età si chiama Sean Cox, ha 53 anni, è irlandese e fa parte di un club calcistico a Dunboyne. Mentre scrivo, due ultras della Roma sono stati fermati e accusati di tentato omicidio. Cox, ferito alla testa, si trova invece al Walton Neurological Centre, in condizioni che la polizia ha definito critiche.
Allo stadio, solo una piccola porzione di tifosi era al corrente dell’accaduto, e per quei pochi di noi seguire la partita è stato strano, come se ci fosse un bisogno di far giustizia rimasto in sospeso. Ho ripensato ai sentimenti provati in quei minuti di confusione: vergogna per essere scappati, paura per ciò che sarebbe potuto succedere, e l’eccitazione inquietante che deriva dalla violenza. Ho pensato a Sean Cox, anche se in quel momento non sapevo ancora il suo nome.
Dopo la partita sono tornato in hotel, vicino al cimitero di Toxteth, tra strade a percorrenza veloce, edifici vittoriani, gabbiani e tifosi che cantavano “Allez allez allez.” Una volta nella mia stanza ho saputo che quell’uomo, Sean Cox, era tra la vita e la morte.
Ieri mattina, BBC Radio Four ha riferito di scontri “tra” tifosi della Roma e del Liverpool. A me è sembrato qualcosa di diverso: un’imboscata tesa a persone che non volevano casini da altre persone in cerca di casini.
L’AS Roma ha condannato le azioni di “una minoranza.” In una dichiarazione a sostegno di Sean Cox, il capitano del Liverpool Jordan Henderson ha scritto su Instagram: “Era venuto a vedere una partita, a fare il tifo per noi—ma l’unico risultato di cui ci importa è la sua salute. Ci auguriamo che possa riprendersi e tornare a casa dalla sua famiglia e i suoi cari.”

Oscar Rickett su vice.com

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