Roma, tutto già visto

di Redazione, @forzaroma

(di Mirko Porcari) – La fine. O l’inizio, dipende dai punti di vista e da come si vivono gli eventi:

la sensazione, in questo finale di stagione amarissimo, è quella del déjà vu, di qualcosa già provato in un passato recente, sospeso nel limbo dei nomi e dei cognomi.

Il passo indietro è lungo un anno, maggio 2011, Roma e la Roma si trovano a nuotare in una marea fatta di indiscrezioni e incertezza, annaspando tra allenatori e sogni improponibili: lo strato superficiale della neonata società italo-americana è quello più nebuloso, figlio di un blitz bostoniano e di poche parole pronunciate in fretta – “Dopo la Champions saprete tutto”– che hanno acceso le fantasie dei tifosi sulla guida del nuovo progetto; poco si sapeva e tutto si diceva, un circolo vizioso che ha fatto il giro dell’Europa alla ricerca dell’uomo giusto al posto giusto: erano tempi in cui un singolo vocabolo poteva diventare verbo, contornato dal velo della speranza e costruito sulla base immaginaria del dollaro sonante.

Facile, dunque, cominciare a fantasticare su persone illustri, allenatori di grido capaci di portare i colori giallorossi in cima all’Olimpo calcistico: quattro nomi usciti fuori senza un criterio gerarchico, senza il fondamento di una cognizione e, soprattutto, senza indagare in profondità sulle disponibilità delle casse romaniste. Guardiola, Mourinho, Ancelotti e, a rotazione per la quarta maglia da papabile titolare, i vari Villas Boas, Rudi Garcia e Marcelo Bielsa: tre mostri sacri e diverse scommesse a stuzzicare il principio d’estate in casa Roma. Il risveglio, nell’incredulità generale, ha preso forma nell’italianizzazione dei candidati prima e nel colpo di scena poi: ridimensionando budget e ambizioni, è stata coniata la parola “progetto”, un sigillo in ceralacca sulle disposizioni del nuovo corso, mentre dal fascino esotico si passava alle proposte di casa nostra.

Delio Rossi e Stefano Pioli, due punti interrogativi di portata differente, l’amaro in bocca dopo notti passate a studiare il gergo e le abitudini delle grandi squadre: il “coup de thèâtre” fa rima con “scommessa”, i primi di giugno la discreta figura di Luis Enrique si materializza nel futuro della Capitale per instillare una filosofia improntata sul lavoro e il sudore. Piace, nonostante le immagini di gloria portino i volti di altri tecnici: accoglienza, benevolenza, fiducia, passione, insofferenza e addio, sei punti di una parabola discendente durata appena un anno.

Breve ma intenso, si direbbe, eppure sembra di essere ritornati al punto di partenza: le macerie del dopo asturiano chiamano nomi, indicano preferenze, ma tutto sembra già scritto.

Villas Boas, Prandelli, Zeman e Montella: tre su quattro, in modi e tempi diversi, hanno già conosciuto la passione e la pressione dell’ambiente romano, per questo si cercherà di privilegiare l’usato sicuro alla scommessa, rischiando il meno possibile e scavando per trovare nuova linfa in una piazza sull’orlo di una crisi di nervi.

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