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Roma, 3 mesi per la giusta direzione: ecco come la squadra si è avvicinata a Mou

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Il nove gennaio la Roma veniva rimontata dalla Juve. "Ho detto ai ragazzi che loro devono venire nella mia direzione, non sono io che devo andare verso di loro", profetizzò Mou

Francesco Balzani

Nove gennaio 2022. Fa freddo e all’Olimpico la Roma è in vantaggio per 3-1 sulla Juve. La migliore risposta dopo il ko col Milan dell’Epifania in un inverno rigido per Mourinho. In sette minuti però i bianconeri sorpassano in una rimonta folle, poi il rigore fallito da Pellegrini. Un incubo, i tifosi non sanno dove guardare. A fine partita Mou lancia una sorta di ultimatum: “Un collasso psicologico. Ho detto ai ragazzi che loro devono venire nella mia direzione, non sono io che devo andare verso di loro sotto il profilo della mentalità”. Da quel momento in poi la Roma non perderà più. Né la testa, né una partita in campionato. Sono passati tre mesi e poco più da quella notte. E’ cambiato tutto. La Roma di Pasquetta col Napoli è quanto di più vicino si sia visto a Mourinho in questa stagione. Contro una rosa più forte e con lo scudetto in ballo i giallorossi hanno dato una lezione di personalità nonostante gli errori arbitrali e la stanchezza post Bodo. La squadra, o almeno il 90% di essa, è andata incontro a Josè Mourinho. Ci si è avvicinata a piccoli passi all’inizio vincendo partite non bellissime con Cagliari o Spezia e impattando con Sassuolo e Verona. Ma anche in quei frangenti ha dimostrato maggiore concentrazione fino al 90’. Poi l’upgrade definitivo arrivato il giorno del derby.

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Da Perez a Kumbulla: il cambiamento è anche in panchina

Il processo di cambiamento è durato anche meno del previsto. “Prendi la direzione opposta all’abitudine e quasi sempre farai bene”, è stato il motto alla Rousseau appeso sui muri di Trigoria. Mourinho e il suo staff hanno lavorato sulla testa dei giocatori mentalmente non pronti a cambiare abitudini non propedeutiche alla vittoria finale: da colloqui individuali a un codice di disciplina senza regole scritte ma con una etica di squadra ben precisa sullo sfondo. Tutti utili, nessuno indispensabile. Chi non lo capisce è fuori, e non ci saranno dirigenti dai quali andare a bussare alla porta per lamentarsi o procuratori in grado di ricattare la Roma. Decide Mourinho, tutto il resto conta poco. A quel punto il portoghese si è messo in piena difesa del suo gruppo: contro i media, contro il rumore dei nemici.  Il risultato è stata una linea di demarcazione, quasi tutti sono passati dalla parte dello Special One con piena convinzione. A partire dai senatori del gruppo: Pellegrini, Cristante, Mkhitaryan e Mancini.  La Roma ora ha un’anima, ha un’idea di gioco, ha una consapevolezza dei propri pregi e dei propri limiti. E’ diventata matura dopo due anni di adolescenza a tratti irritante. Mourinho ha portato a casa 12 risultati utili consecutivi e la semifinale di Conference. La Roma è la squadra che ha conquistato più punti negli ultimi tre mesi. E ha scremato tutto ciò che non andava. Ora anche chi parte dalla panchina diventa fondamentale: da Carles Perez a El Shaarawy passando per Veretout e Kumbulla. Solo Diawara e Darboe sono rimasti ai margini, per il resto ora Mou ha una squadra. Non fortissima, non lunga come le prime quattro. Ma è una squadra nel vero senso del termine.