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Petrachi: “Alla Roma c’era distanza tra me e Pallotta. Ho fatto un grande mercato”

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L'ex direttore giallorosso racconta: "La Roma che vince la Conference League, presenta 7/11 che c’erano nella mia gestione. Tra me e il presidente c'era Fienga, ma non è stato un rapporto totalmente veritiero"
Redazione

Gianluca Petrachi è tornato a parlare della sua esperienza alla Roma. L'ex direttore sportivo giallorosso è stato protagonista di "Behind the Mask" di Numero Diez, e ha rilasciato diverse dichiarazioni sul suo trascorso nella Capitale.

La tua sessione di mercato alla Roma non è stata compresa? "Io ho speso complessivamente, per 10/11 giocatori, circa 70-80 milioni di euro. Io avevo tantissime zavorre che mi portavo dietro da quel tipo di mercato che era figlio del mio lavoro. Quei soldi che ho utilizzato per comprare i giocatori li ho presi dalle cessioni di tantissimi giocatori. Si fece un mercato straordinario e si lavorò tantissimo. La Roma che vince la Conference League, presenta 7/11 che c’erano nella mia gestione. La difesa, ad esempio: Mancini, Ibanez, Smalling, Spinazzola. E poi c’era anche Veretout".

Veretout poteva fare una carriera diversa? "A volte credo che il carattere di un giocatore faccia la differenza. Veretout ha tutto del calciatore moderno, è bravo nell’inserimento e buon piede. Forse gli è mancata quell’ambizione di sentirsi veramente uno dei centrocampisti più forti. Tornando al discorso di prima, secondo me si fece benissimo, riuscimmo anche a trattenere Dzeko, che era già praticamente fatta con l’Inter. Penso che mi sono anche inventato tante cose in quella Roma, sono state fatte delle ottime operazioni. C’è qualcuno che dice di aver pagato troppo il portiere Pau Lopez: l’ho pagato 18 milioni, non 30 come si diceva. Però, alla fine della fiera, l’hanno rivenduto per 14 milioni. Petrachi non ha lasciato dei buffi o fatto disastri. Anzi, l’unico giocatore che la Roma ha venduto, l’ha preso Petrachi a 8 milioni e l’hanno venduto 30: Ibanez”.

Mkhitaryan grande colpo "Lì è stato previsto da Mino Raiola. Gli potevamo offrire al massimo 3 milioni di ingaggio. Lui guadagnava 5/6. Io quindi feci le due operazioni, sia Smalling che Mkhitaryan, con questo tipo di situazioni. E si rivelano evidentemente due giocatori straordinari. Perché poi, alla fine, credo che il cambiamento abbia portato Mkhitaryan via dalla Roma. Con un altro indirizzo tecnico, secondo me, Mkhitaryan non avrebbe mai lasciato la Roma. Anche lui è un ragazzo straordinario, a cui sono molto legato e molto affezionato". 

Cosa non ha funzionato con la Roma? "Io credo che, innanzitutto, non abbia funzionato la distanza tra me e il presidente Pallotta. Tra Pallotta e Petrachi c’era l’amministratore delegato Fienga, con cui ho avuto un ottimo rapporto, ma che non è stato un rapporto totalmente veritiero. Siccome sopravvivo con l’inglese, non sono bravissimo a parlarlo, col presidente non ci si trovava mai a parlare di calcio, a spiegare determinate scelte… Sono tutte dinamiche che venivano rimbalzate di sponda al presidente. Fino ad un certo punto mi sentivo forte, perché sentivo accanto Fienga e dietro sentivo Pallotta, che comunque era felice del percorso che stavamo facendo. A me erano stati chiesti determinati obiettivi: abbassare i costi, rendere la squadra più giovane e renderla allo stesso tempo competitiva. Io credo che si stesse andando d’amore e d’accordo. Però a dicembre vinciamo una partita a Firenze per 4-1 ed eravamo in piena lotta per Champions League, terzi in classifica. Mando un messaggio al presidente Pallotta di auguri di Natale.

Dopo la vittoria la Firenze, uno si aspetta, almeno gli auguri di Natale, che però non sono mai arrivato. A un certo punto ho detto: ‘Qua c’è qualche problema, c’è qualche problema che mi sta sfuggendo e che forse parte un pochino più da lontano, qualcosa che non mi stanno raccontando. Evidentemente forse avrò sbagliato qualcosa, c’è qualcosa che non va’. Successivamente a quello rientriamo dalle vacanze, io comunque faccio delle operazioni con Fienga e spiego che ci ero rimasto anche male che il presidente non mi avesse risposto a questo messaggio di augurio di Natale. Riprendi il campionato e perdiamo due partite, con Bologna e Torino. Avevo il sentore che fossimo tornati male da quella pausa invernale, perché già si parlava dei Friedkin.

Tranquillizzai il gruppo: non ci sarebbe stata una rivoluzione. Dissi, però, che alla ripresa non li stavo vedendo bene. Chiesi a Fienga di farmi delle modifiche all’interno della struttura medica: io ritenevo che ci fossero alcune persone non professionalmente preparate, volevo fare una piccola rivoluzione, perché gli infortuni nella Roma erano tantissimi. E questa cosa non mi fu fatta. Io ho capito che in quel momento stavo perdendo forza, non avevo più l’autonomia che avevo prima. Dopo il Covid facciamo delle partite e ci rimettiamo in una posizione classifica molto apprezzabile. Il Presidente Pallotta fa una dichiarazione pubblica in cui ringrazia tutti: massaggiatori, magazzinieri, anche quelli che portavano l’ambulanza. Si dimenticò di Gianluca Petrachi.

E lì, purtroppo, la mia istintività ha fatto sì che scrivessi un messaggio al Presidente non proprio bello. Un messaggio di aiuto, un grido d’allarme: ‘Mi stai abbandonando, però se c’è qualcosa parliamo da uomini!’ E da lì poi si è innescato un meccanismo al contrario. Non c’è stato mai nulla di così grave, di così offensivo. Il mio era un richiamo al fatto che mi dovesse dare forza, perché stavo perdendo di mano quella che era la situazione. Lì ero solo, non ho viaggiato sempre con collaboratori.

Venivo dal Torino, avevo sicuramente un’ottima credibilità, ma Roma è un mistero, Roma è Roma. Non è difficile come piazza per la tifoseria, è esattamente il contrario: la piazza di Roma come tifoseria per me è una delle migliori che abbiamo in Italia, è proprio il contesto dove si fa fatica. Non rinnego nulla di ciò che è accaduto, certamente ripensando a quello che è stato. Se prendo la posizione, chiamo direttamente Pallotta e cerco di capire. Forse l’unica cosa che mi rimproverò è quella di non essere stato io a prendere l’iniziativa a chiamare il Presidente e dire ‘Cosa sta succedendo’?”. 

Ora i Friedkin sono molto presenti "Da questo punto di vista, ho anche creato un percorso diverso. Sono stati fatti tanti cambiamenti nella mia gestione. Qualche giocatore lo sento ancora: ‘Avevi preparato il terreno, ne ha beneficiato sicuramente Mourinho, tante cose sono cambiate a Trigoria, tante situazioni…’ Quindi, vuol dire, poi, ci rimani male. Ciò che mi dispiace di tutta questa situazione è che io sono uscito fuori con una figura che non è la mia: quella che Petrachi fa causa alla Roma. Petrachi è stato licenziato per una finta giusta causa, quindi si è difeso da un licenziamento. Oggi Petrachi passa per quello che denuncia le società. Io mi sono semplicemente difeso”.

Su Gianluca Mancini? "Gianluca è un ragazzo dedito al suo lavoro, è un professionista, è uno che non sa perdere, è un ‘rosicone’. È  anche questa la sua forza: quella di non saper perdere, di non darsi mai per perso. Però, secondo me, a volte eccede e diventa troppo presuntuoso. Secondo me l’istante deve decelerare, è troppo accelerato. Già tre anni fa, quando l’ho portato, voleva fare l’allenatore. Mentalmente è già avanti. Questo può essere un pregio, ma può diventare un difetto se non lo utilizzi bene. Secondo me lui non ha fatto questo step e mi auguro che lui lo faccia, perché a volte è troppo. Dovrebbe lavorare più in umiltà, essere un po’ più tranquillo, più slowly, e secondo me può fare ancora qualcosa”

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