Martinez: “Della Roma ottimi ricordi, peccato per gli infortuni. L’umiltà è il segreto di Totti e De Rossi”

Il difensore costaricense: “In giallorosso la mia grande occasione, ma poi ho scoperto la lesione alla cartilagine”

di Redazione, @forzaroma

Tra due giorni Roma e Sampdoria torneranno ad affrontarsi all’Olimpico dopo il pareggio di mercoledì.  Guarderà la partita da doppio ex Gilberto Martinez, difensore classe ’79 che però non è mai sceso in campo con i giallorossi (“Tutta colpa della cartilagine e di un infortunio che rischiò di interrompere la mia carriera in anticipo”), mentre con i blucerchiati ha vissuto la retrocessione del 2011. Il costaricense ha parlato al Match Program: “Ho fatto un mondiale nel 2006 e per un periodo si parlò di un interesse del Real di Sacchi nei miei confronti”.

Com’è passare dai campi di Serie A alla Promozione?
È sempre calcio. Un terreno di gioco, un pallone che rotola e undici avversari dall’altra parte. Tanto basta per coltivare ancora questa passione e divertirsi. Voglio continuare questo sport finché ne avrò voglia, poi cercherò di diventare allenatore. Ma meglio fare un passo alla volta.

Andrà a vivere in Costarica o si fermerà in Italia?
No, non penso di tornare nel mio paese. Mi trovo bene qui in Italia, la mia famiglia non vuole spostarsi. Decideremo dove andare, ora siamo in Calabria e non ci manca nulla.

Un passo indietro: estate 2006, dal Brescia passò alla Roma.
Era la mia grande occasione, in un club importante, conosciuto a livello mondiale e che aveva ambizioni in Italia e in Europa. Fui acquistato l’ultimo giorno di mercato, ma arrivai con un inforunio.

Infortunio che non la abbandonò per tutta la stagione.
Sì, mi feci male al Mondiale nella gara di esordio contro la Germania. Uscii nel secondo tempo e da quel momento iniziò un calvario terribile che durò un paio di anni. Per fortuna poi ne sono uscito e non sono stato costretto a finire la carriera prima del tempo. In alcuni momenti la tentazione di smettere ci fu.

Ma quando fece le visite mediche appena arrivato in giallorosso, cosa le dissero?
Sembrava un problema al tendine e per tanto tempo la rieducazione fu concentrata su quello. Ma non mi passava, il campo non riuscivo più a vederlo. Solo allenamenti individuali e sedute di fisioterapia interminabili. Cercavo di stringere i denti, di giocare con un dolore comunque sostenibile, ma non c’era niente da fare. Allora decisi di operarmi e lì emerse un’altra verità, un altro problema.

Ovvero?
Il mio ginocchio sinistro aveva una lesione della cartilagine. Un infortunio serio, che non mi permise così di giocare mai con la maglia della Roma. L’anno dopo andai via, dato che la formula del mio trasferimento era un prestito. Tornai a Brescia e pure lì rimasi un altro anno fermo. Che peccato.

Che ricordi ha di Trigoria e di quel periodo?
Ottimi ricordi, nonostante tutto. Furono tutti molto gentili con me, a cominciare da medici e fisioterapisti. Poi, ebbi la fortuna di condividere lo spogliatoio con tanti calciatori fortissimi, in particolare c’erano due come Totti e De Rossi. Due capitani e uomini di un’umiltà rara. Era questo il loro grande segreto. Hanno fatto la storia della Roma e Daniele continua a farla ancora oggi.

Una qualità di Totti?
Francesco aveva questa velocità mentale pazzesca. Sapeva dove mettere il pallone prima ancora che gli arrivasse. Anche per un avversario era difficilissimo prevedere cosa potesse fare. Impressionante.

E De Rossi?
Un centrocampista formidabile che sapeva fare tutto. Campione del mondo, ha fatto una carriera di livello assoluto. Poteva vincere di più, ma è riuscito a dare tutto per la squadra che amava. E Roma è un ambiente molto difficile, esigente, dove le aspettative dei tifosi sono altissime. Anche giustamente, vista la città che rappresenta.

Dopo il 7-1 subito a Manchester contro lo United in Champions League, Spalletti a Trigoria portò tutta la squadra in conferenza stampa per un confronto con i giornalisti. E c’era pure lei, che comunque non prese parte alla partita.
Sì, ma facevo parte della rosa e quella gara la seguii dal vivo insieme al resto della squadra. Mi sentivo parte integrante pure se non potevo aiutare i compagni in campo. Eravamo un gruppo unito, volevamo metterci tutti la faccia. E lo facemmo insieme al mister. La ricordo benissimo quella giornata…

Alla Sampdoria, invece, ebbe modo di mettersi in mostra qualche volta di più.
Arrivai a gennaio e andai via a giugno. Retrocedemmo e per quello fu una stagione sfortunata. Dal mio punto di vista, però, mi trovai bene. Sarei rimasto anche volentieri se ci fossero state le condizioni. Quello della Sampdoria è un ambiente ideale per giocare a calcio e la società era molto organizzata. Almeno era così allora con il presidente Garrone, ora non saprei giudicare l’attuale presidenza di Ferrero non vivendola in prima persona.

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