Ljajic, il diamante che divide

di finconsadmin

(di Alessio Nardo) Nei suoi sogni c’era ben altro. La Fiorentina, i ricordi, il recente passato. Voglia di grande prestazione, magari di un gol. Quel gol che gli manca da una vita. E invece, la gioia è toccata ad altri. A Mattia Destro, volto raggiante di una Roma felice, tornata alla vittoria dopo un bel po’ di settimane. Sul magico percorso dei giallorossi c’è la firma di Garcia e del gruppo. Di cui fanno parte tutti, nessuno escluso. Le note stonate però esistono, anche nelle migliori famiglie. Adem Ljajic, nel caso specifico, incarna il lato oscuro della giornata romanista. Il talento divino, raffinato, incantevole di un ragazzo che, come alcuni suoi illustri precedessori, fatica ad uscire dal guscio di eterna promessa per vestire i panni del fuoriclasse accertato. Eppure il potenziale c’è. Manca qualcos’altro.

 

Personalità. Concetto generico, riguardante vari aspetti: cattiveria agonistica, lucidità, atteggiamenti giusti, mentalità vincente, continuità e costanza nell’applicarsi al 100% ogni giorno, ogni minuto, ogni secondo. Contro la Fiorentina, Ljajic ha mostrato scarsa abilità nel trovare la giocata giusta al momento giusto. Tanta, troppa confusione. Dribbling continui ed insensati, palle perse e rare intuizioni vincenti. Gara largamente insufficiente. Parlare di “caso” è eccessivo, ma non si è  certo trattato del primo passaggio a vuoto del diamante serbo, che ormai non va a segno dal 29 settembre (5-0 al Bologna) e che pare immerso in una preoccupante fase involutiva. Conserviamo ancora negli occhi gli spezzoni disputati con Verona e Lazio. Pomeriggi in cui Ljajic si rivelò un’arma letale. Da tanto, ormai, non vediamo più quel tipo d’incisività, se escludiamo forse l’assist di Bergamo per Strootman.

 

Anche lo scorso anno, ricordano i più attenti, Ljajic trascorse il girone d’andata sonnecchiando, per poi svegliarsi di colpo e far la differenza nella seconda parte di campionato. Vero. Ma la virtù dei campioni, dei migliori, dei più forti è proprio la continuità. L’esser sempre (o quasi) decisivi e determinanti. Ljajic ora non lo è e rischia di perdere il posto. Perché ci sono Gervinho e Florenzi, c’è Totti pronto al rientro ed un Destro ufficialmente rilanciato. I tifosi già si dividono, tra chi considera Adem un campione assoluto e chi invece il classico talento umorale capace di tutto e del suo contrario. Forte ma inaffidabile. Quanti genietti irresistibili ed incostanti abbiamo ammirato negli ultimi anni? Antonio Cassano, in primis. Qualità immense, condite da enormi limiti caratteriali che ne hanno frenato l’ascesa anche altrove. Poi la premiata ditta Mirko Vucinic-Jeremy Menez. Geniale e maledettamente discontinuo il primo, imprevedibile quanto strafottente il secondo.

 

Anche nelle due prime stagioni a stelle e strisce siamo stati abbagliati dai “talenti dai due volti”. Erik Lamela, ad esempio. Tecnica deliziosa, unita a scarsa “chiarezza” sul piano tattico (lo stesso dilemma che rischia di avvolgere Ljajic) ed un’efficienza non sempre dimostrata sul campo. Quindici i gol del Coco lo scorso anno. Non pochi. Ma oggi, al Tottenham, c’è chi si mangia le mani per averlo preso a suon di milioni. Bravo, sì. Talentuoso, certo. Ma troppo innamorato del pallone del concetto di “tacco e punta” che poco ha a che vedere con chi è fuoriclasse è nella mente, ancor più che nei piedi. La Premier League, oltre all’ex River Plate, ha accolto anche Pablo Daniel Osvaldo (in casa Southampton). Un centravanti con le bizze del fantasista incompiuto. Altro signorino capace di partite stratosferiche e giocate fuori dal comune, così come di recite mancate e prove inconcludenti. Lui, come gli altri, ha diviso e spaccato la tifoseria giallorossa. Cosa che sta iniziando a fare Ljajic. Ennesimo gioiello baciato dagli dei del calcio, ma forse non sorretto da altre indispensabili doti. Che il campo ci smentisca e ci doni un Adem formidabile. Magari già lunedì a San Siro, dove i punti in palio peseranno come macigni.

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