L’addio di Lamela simbolo del progetto che non c’è più

di Redazione, @forzaroma

(di Alessio Nardo) Ci dissero del progetto. Ci illustrarono l’idea (anche sana, giusta, affascinante) di affidare ad un gruppo di ragazzi promettenti e talentuosi i destini immediati e futuri della Roma. Attendendone con calma la piena crescita, la coesione, la maturità. Giusto qualche anno di tempo, per poi trovarsi di fronte alla crèm de la crèm del calcio mondiale. Lui, Erik Lamela, incarnava al 100% quel tipo di idea, di filosofia. L’uomo, l’argentino, su cui la Roma investì con piena convinzione, anche andando incontro a fiumi di critiche e perplessità. Walter Sabatini, ds scelto nel 2011 per guidare la rifondazione romanista a stelle e strisce, si sbilanciò. Sia sul mercato che davanti ai microfoni. Oltre quindici milioni di euro al River Plate per un ragazzo di appena 19 anni, tra l’altro reduce dalla triste retrocessione nella Primera B Nacional (con la miseria di quattro gol messi a segno in patria). Un investimento coraggioso, per molti ai limiti della follia, benedetto dal dirigente umbro. Colui che (tra gli altri) scoprì Pastore, all’epoca (estate 2011) considerato il principe dei talenti emergenti.

 

E fu proprio Sabatini, in conferenza stampa a Riscone di Brunico, a sponsorizzare Lamela: “Pastore alla Roma? No. Noi il top player l’abbiamo già preso ed i tifosi giallorossi se ne accorgeranno presto”. Per scoprire Erik ci volle un po’. A luglio si presentò idealmente ai tifosi con una foto davanti Fontana di Trevi, per poi nascondersi dietro le quinte. Colpa di una caviglia malandata, messa a dura prova anche dalla partecipazione ai mondiali Under 20. L’attrazione massima del sontuoso mercato del 2011 (quello dei vari Bojan, Pjanic, Osvaldo, Stekelenburg, Gago, Borini e non solo) rimase nell’ombra sino all’ottava giornata. 23 ottobre, Roma-Palermo. Per Lamela esordio assoluto sotto la gestione Luis Enrique, per giunta da titolare. Condito, dopo soli sette minuti, da un gol favoloso. Degno di un predestinato. Sinistro a giro sul secondo palo: delicato, sublime, incantevole. Un capolavoro che stupì l’Olimpico e lanciò la Erik-mania. Stagione dura, in ogni caso, la prima. Sia a livello collettivo che per il ragazzo. Sei gol complessivi (quattro in campionato, due in Coppa Italia), prestazioni altalenanti, tante pause. Giusto, normale, persino scontato se si è alle prese con un fanciullo in fasce.

 

Poi Zeman, la Roma del “4-3-3 sbrocco per te”, il talento esplosivo che riuscì ad abbattere ogni ostacolo. Sin da subito. Roma-Bologna del 16 settembre: sinistro perfido dal limite, imparabile per Agliardi. Prima di dieci prodezze dell’ex River sotto la gestione del boemo. Addirittura sette reti nel giro di sei gare consecutive, da Roma-Atalanta del 7 ottobre a Lazio-Roma dell’11 novembre. Gol bellissimi, serate da protagonista. La più emozionante il 22 dicembre, contro il Milan all’Olimpico. Doppietta meravigliosa, 4-2 show dei giallorossi e la concreta sensazione di aver a che fare ormai con un potenziale fuoriclasse pronto a sbocciare. Con Andreazzoli periodo meno felice e qualche cambio di ruolo. Altre cinque reti nella seconda parte del campionato. Lui, Erik, assieme a Marquinhos, unica giovane certezza di una Roma disastrata dal 26 maggio, ma con la testa già rivolta al futuro. L’estate ha portato via tutto. Il centrale brasiliano e infine, a sorpresa, anche il Coco. La cui ultima istantanea in giallorosso è legata al broncio in panchina di Livorno, con la mente già rivolta al Tottenham. Progetto dilaniato, premesse sconfessate. La Roma ha rivoluzionato se stessa,  badando all’attivo di mercato e puntando sull’instant team. Spazzate via le poche (pochissime) note liete del primo biennio americano. In sostanza, la conferma di due anni gettati interamente nel cestino.

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