La lettera d’amore che ho cominciato a scrivere 34 anni fa…

“…Soffriremo insieme, gioiremo, piangeremo, ci abbracceremo e fra vent’anni ci ricorderemo di questi momenti. Belli o brutti che siano, ma ce li siamo conquistati. La parte bella della vita è fatta di emozioni. Non amo le brutte sorprese e non mi faccio illusioni. Ma se stavolta andasse bene…”

di Redazione, @forzaroma

Riceviamo e pubblichiamo la lettera di un tifoso della Roma. In queste righe Alberto ci racconta la sua notte di 34 anni fa allo stadio e quella trascorsa con i figli per comprare i biglietti del 2 maggio. Una lettera d’amore, appunto, che ci ha commosso e fatto apprezzare i sacrifici per acquistare quattro biglietti per Roma-Liverpool.

Sono un uomo fortunato. Ho superato la cinquantina, ho una moglie e tre figli maschi meravigliosi, una professione che mi dà soddisfazioni. Insomma, a Dio piacendo sono felice e non mi manca nulla.
E sono un tifoso della Roma. Fortunato anche in questo. A diciott’anni, l’età più spensierata, ho vissuto l’epopea della “Magica Roma”. Non ho perso una partita in quel biennio meraviglioso e ricco di speranze dopo il Mundial spagnolo. Ma sempre da solo, compresa quella volta il 30 maggio 1984. Sono un tipo introverso e, strano a dirsi, ho sempre avuto amici laziali. Da quando i miei ragazzi sono cresciuti però ho qualcuno con cui condividere, anche se ad Ale, il mio secondogenito, il calcio non piace. Fortunato lui … o forse no ?
Tanto ho raccontato a mia moglie, con la quale ero già fidanzato e ai miei figli di quel lontano Roma-Liverpool, di quell’affacciarsi della nostra squadra sulla vetta del mondo, della nottata che ho passato diciottenne in piedi pressato insieme a diecimila persone al piazzale della palla. Tutti ammassati, per acquistare un biglietto di Tevere non numerata, spendendo l’astronomica allora per me cifra di 23.000 lire (l’equivalente di 11-12 euro di oggi), il più caro che avessi mai comprato. Ma a voi, purtroppo, quando capiterà mai ? Ne valeva la pena ? Certo che sì, è stato il punto più alto della nostra storia !! E io c’ero, me l’ero conquistato. Quante volte ho raccontato della disillusione di quella sera, in parte mitigata dalla consapevolezza di avere uno squadrone fortissimo. Dai vabbè, stavolta per poco ci è andata male. Sarebbe stato bellissimo vincere qui, a Roma, ma tanto fra 3-4 anni avremo un’altra opportunità, sicuro…

E infatti. Di anni ne sono passati 34, senza trattino a dividere le due cifre. È dal fischio finale di Roma-Barcellona, ancora abbracciato a Lorenzo e Pietro i miei figli in Tribuna Tevere (sempre lì) e dal giorno del sorteggio (Liverpool, ancora tu?) che ho un chiodo fisso in mente. Non posso, non possiamo mancare, così anche voi avrete un Roma-Liverpool da raccontare!! Quattro biglietti: io, mamma e voi due, tutti insieme. Più di quattro non si può, tanto ad Ale non interessa. Però stavolta comprare biglietti sarà un macello. Non abbiamo diritto di prelazione e Lorenzo, 21 anni, che si è fatto la fila per i quarti, non potrà esserci. La richiesta sarà enorme. L’impresa è complicata.
Sento amici e colleghi interisti, laziali, iuventini che vogliono andare a vedere la partita, i cui figli adolescenti potranno piazzarsi in fila all’uscita da scuola il giorno prima. E io/noi come facciamo ? L’impresa è veramente complicata. Non è giusto ! Ma che c’entrate voi ? Questa è la nostra partita … Un biglietto, forse due potrei anche rimediarli tramite qualche conoscenza. Ma così non vale. Non per Roma-Liverpool. Va meritata questa partita, va sudata, va conquistata, come allora. È una catarsi individuale e collettiva.
Lunedì sera decidiamo di organizzare una staffetta familiare. Mia moglie si pianterà davanti al Roma store di Piazza Colonna, con sgabellino comprato appositamente, a partire dal pomeriggio del giorno prima (tanto è in centro e magari, nel frattempo, si gira qualche negozio). Pietro, 14 anni, la sostituirà in serata e dopo cena andrò io a dargli il cambio e passerò la notte lì. Il giorno dopo arriverò al lavoro in ritardo e sfiancato, ma vabbè. Tutto sommato, ci sembra un buon piano di battaglia. Si va a dormire fiduciosi.
Martedì mi sveglio alle 6, come al solito e per prima cosa consulto i siti dei tifosi, sono agitato. Mi prende un colpo! Leggo la notizia che qualcuno si è messo in fila dalla sera prima e presidia il Roma store da quasi dodici ore, assurdo !! Non ce la faremo mai…
Affranto, lascio Pietro a scuola e prima di andare al lavoro, in giacca e cravatta, decido di affacciarmi comunque a Piazza Colonna, tanto per levarmi ogni scrupolo. Mi aspettavo la piazza invasa da una marea umana e invece, sorprendentemente, no. Ci sono solo poche persone sdraiate su un materassino marchiato Roma. Li riconosco: “Ehi ma voi siete quelli che si sono fatti la foto con Lotito questa notte”. Sono loro che hanno organizzato un sistema tagliacoda efficientissimo e distribuiscono i numeretti, scritti a mano, ritagliati da un quaderno sempre della Roma (e te pare?), controfirmati, di cui conservano la matrice. Quasi vergognandomi chiedo: “Posso avere anche io un numero ? A quale siete arrivati ?”. La risposta mi spiazza: “Certamente. NUMERO 12”. “Come ?”, rispondo io, “pensavo almeno 500 !!”. Il 12 è il numero fortunato di Lorenzo. Deve essere un segno.
Prendo il prezioso bigliettino, che nascondo furtivo nella tasca dei pantaloni (non si sa mai, mi rubassero il portafogli), manco fosse una banconota da 500 euro o già il biglietto della partita e solo a quel punto mi rilasso un po’. Mi presento: “Piacere Alberto”. Conosco così Andrea, Beatrice, Michela e Andrea al quadrato (cioè, un secondo Andrea che, per corporatura, è il quadrato del primo), riconosco anche il giornalaio, tifosissimo doc e ad occhio mio coetaneo, con il quale realizzo di aver già condiviso un paio di code in passato allo stesso store. Saranno i miei angeli custodi per le successive 26 ore, non ho dubbi.
Resta da capire come fare per conciliare la giornata di lavoro, la scuola di Pietro, gli impegni di mia moglie, ecc. ecc. Insomma, la vita normale. E poi scopro che l’efficiente organizzazione di Andrea & Co. ha messo in piedi un sistema di appelli ad intervalli regolari di tempo. Non posso crederci … “Cioè, non è necessario rimanere qui fino a domattina alle 10, senza allontanarsi?”, domando incredulo per l’ennesima volta. “Assolutamente no”, mi rispondono, “l’importante è che ci sia qualcuno che mostri il biglietto che ti ho appena consegnato ad ogni chiamata. Se ne manchi anche solo una, zac! sei depennato dalla lista”. Mancare un appello, ma siamo matti ? Io mi sono fatto 16 ore di fila in piedi per prendere il biglietto di Roma-Liverpool quella notte di maggio di trent’anni fa, non mi sottovalutate. E a questo punto partono i ricordi … mostro le foto dei poster di quel Roma-Liverpool appesi nelle camere dei miei figli, quelli con il re di coppa per intenderci, che allora staccavo in giro per la città e che ho gelosamente conservato. Che meraviglia, che spettacolo! Ma che ne sanno gli altri, quelli che pensano che Roma-Liverpool sia solo il ritorno della semifinale di Champions’?
Mi sembrano tutti molto tranquilli; poi c’è Andrea al quadrato che mi dà molta sicurezza. Ha il phisique du role. Incredibile, posso andare a lavorare e tornare per il primo appello, che coincide con l’ora di pranzo. Chiaro che porto panini e tramezzini per tutti. Anche gli angeli custodi vanno coccolati un po’, no? “Quello che mi rode”, dico, “è che ci sarà un sacco di gente a cui della Roma non frega niente”. “Abbiamo pensato anche a questo. I numeretti ai turisti noi non li diamo”, la risposta. Grandi, hanno pensato proprio a tutto! La situazione, sorprendentemente, continua ad essere sotto controllo. I numeri hanno ormai superato l’80. Andrea mi dice di stare tranquillo, che è un imprenditore e sa gestire le situazioni. Mi fido. Faccio benissimo.
Alle chiamate successive vogliono partecipare mia moglie e mio figlio Pietro, il ragazzone biondo intervistato per il Messaggero. Anche a quella di mezzanotte. Giusto così. Anche loro, se vogliono venire a vedere Roma-Liverpool (Roma-Liverpool, dico) devono guadagnarsela tutta un pezzetto alla volta, dalla coda per i biglietti. Conoscono così la ormai mitica nonna Rossella, che nel frattempo è diventata una star del web; le portano i cioccolatini, si fanno le foto insieme. Questa Roma ce sa fa’.
Con il passare delle ore cerco di lavorare con scarso successo, mi assale l’ansia. Ad intervalli regolari mando messaggi ai due Andrea che rimangono fissi in coda. Il tempo non passa mai e, sinceramente, vorrei essere a Piazza Colonna. “Tutto bene? Sono io. Avete bisogno di qualcosa?”. Immancabile la risposta: “Tranqui. Ci manca solo compagnia. Ti aspettiamo”.
Una situazione così organizzata non può durare, continuo a ripetermi. Trent’anni fa la gente in fila si prese a bottigliate, ci furono le cariche della polizia a cavallo, i lacrimogeni (chi non c’era può avere un’idea di cosa accadde leggendo “Quel Roma-Liverpool di un mercoledì da cani”). Me lo ricordo bene, ho avuto paura, ero un ragazzino. È sera. Esco dall’ufficio e torno a casa, mangio un boccone. Mia moglie e Pietro con largo anticipo – mi sono straraccomandato – escono per recarsi all’appello e portano con loro Cafu, il nostro cocker. Anche lui deve meritarsi il nome che porta.
Mi butto sul letto, li sento tornare. “Appello fatto. Tutto OK” e metto la sveglia alle 3. Non chiudo occhio. Che starà succedendo ? Per starmene qui rischio di non esserci il 2 maggio … quando mi ricapita ? Fra 34 anni porterò il pannolone.
Suona la sveglia, ingurgito un caffè, metto la sciarpetta giallorossa e alle 3 e mezza sono lì. “Ma che ce sei venuto affà? Ma vattene a dormì !”, mi dicono i miei angeli custodi. Ma come, chi ci riesce. Tutto procede come il giorno prima. Solo i numeri sono saliti e ormai siamo quasi al 400… reggerà questa situazione? Non ci credo ancora, ma ormai mancano meno di sette ore e mi pianto lì davanti con loro. E io sono il numerododici. Albeggia, ma quasi non me ne accorgo, né tutti gli altri con me. Anche l’ultimo appello, quello delle 6, si svolge con regolarità. L’organizzazione di Andrea come lui aveva previsto sta tenendo alla grande! C’è chi porta i cornetti, chi il caffè, chi i maritozzi per tutti. Questa Roma ce sa fa’.
Verso le otto e mezza l’aria si carica di elettricità. Qualche goccia di pioggia. Ormai ci siamo quasi, manca pochissimo. I poliziotti, che presidiano la piazza e certo non sono lì per noi, aiutano a sistemare le transenne e ci disponiamo ordinatamente, senza fiatare. Gli angeli custodi finalmente smontano la loro postazione, che ha tenuto alla grandissima per 36 ore. Incredibile. I primi numeri sono già lì davanti alle vetrine e io sono il numerododici, subito dopo nonna Rossella, non mollo un centimetro. Ce la posso fare, ora lo credo per davvero. Il ragazzo del Roma store è bravissimo e, con calma, dà le indicazioni che attendevamo “Si seguirà la lista che avete preparato e dovrete consegnarmi il numeretto che chiamo all’ingresso del negozio”. Porto istintivamente la mano alla tasca: ce l’ho, ma comunque ne ho fatta una copia a colori, non si sa mai.
Scoccano le dieci e solo allora affiora un po’ di nervosismo… e ti credo. Iniziano le voci incontrollate di chi sta in fila. A via del Corso stanno già stampando i biglietti, qualcuno lo ha acquistato on-line !! Paura. 20 minuti di blackout. Entrano finalmente i primi tre: sono Andrea e la sua famiglia: giusto. Li accompagno con lo sguardo trattenendo quasi il respiro. Fotografi e giornalisti si accalcano per immortalarli all’uscita. Ce l’hanno fatta !! Dopo un po’ tocca a me, a noi. “Numerododici !”. “Eccomi!!”. Sono dentro, il cellulare è quasi scarico. A casa stanno tutti friggendo e mi tempestano di messaggi. Salgo le scale e consegno i documenti. La ragazza che fa i biglietti è in preda all’agitazione, sta peggio di me poverina. Si blocca la stampante, ma in tranche inebetito sono riuscito solo a dire “4 biglietti di Tevere” e dove sennò. Ce l’ho fatta, sicuro. Sbaglia a scrivere il mio nome sul biglietto… pensa tu se non lo avessi controllato… Ce l’ho in mano, li ho presi !! Sono quattro, sono tutti per noi. Mi faccio fotografare ed esco fuori dallo store con un sorriso ebete stampato sul viso. Ce l’ho fatta per davvero !! Messaggi a casa.
Mentre il primo Andrea è ancora circondato da fotografi e rilascia interviste lo saluto, con l’augurio di rincontrarci, prima o poi. Vado a prendere il motorino e lì incontro Andrea al quadrato. “Grazie, è stato un piacere averti incontrato”, gli dico perché lo penso veramente. “Siete persone fantastiche”, mi fa lui. Dimmi cos’è, che ci fa sentire amici anche se non ci conosciamo? È vero, ragazzi, senza di voi non ci sarei mai riuscito. Grazie di cuore.
Il divertimento è finito, adesso comincia la parte più difficile, quella che non dipende da noi. Andrà come andrà, ma intanto sarò lì con le persone a cui voglio bene. Soffriremo insieme, gioiremo, piangeremo, ci abbracceremo e fra vent’anni ci ricorderemo di questi momenti. Belli o brutti che siano, ma ce li siamo conquistati. La parte bella della vita è fatta di emozioni. Non amo le brutte sorprese e non mi faccio illusioni. Ma se stavolta andasse bene…

Alberto

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