In principio fu Ramon. Juventus-Roma ’81: io c’ero!

di finconsadmin

(ForzaRoma.info) In principio fu Ramon. E quella strana presunzione di voler abbandonare i panni di Rometta per volare più in alto. Il grande Dino Viola cercava di farcelo capire, noi ancora vagavamo circospetti in giro per l’Italia. Eppure eravamo freschi vincitori di una Coppa Italia, il nostro trofeo, che qualcosa fosse cambiato i più arguti iniziavano a sospettarlo.

 

Con i tifosi bianconeri se non amicizia c’era una forma di simpatia che dopo questa partita sparirà per sempre anzi si tramuterà in odio profondo. Ciò era dovuto all’acerrima rivalità con la tifoseria granata a quei tempi dominatrice insieme a noi del tifo in Italia.

 

La partita contro gli ascari (termine coniato da Fulvio Stinchelli nella puntata del processo del lunedì successivo a quella gara) fu preceduta per noi dalla sonante vittoria sul già retrocesso Perugia che solo sette giorni prima aveva seriamente messo in difficoltà i bianconeri a Torino che riuscirono a vincere solo grazie alla solita connivenza arbitrale che, tra l’altro, convalidò una rete nata da un cross di Marocchino ben oltre la linea di fondo. Questa giornata passò alla storia anche per la famosa piagnucolante frase del simbolo sabaudo, Roberto Bettega, che implorò il marcatore Frosio : “fammi segnare”.

L’ostile juve.

Prima, durante e dopo Roma Perugia il Commando Ultrà Curva Sud, che per volere del Presidente dopo i noti fatti del derby del ’79, cambiò lo striscione ne “I ragazzi della Sud” distribuì un volantino dove invitava a seguire la squadra a Torino “con tutti i mezzi”.

 

Io andai con uno dei , a quel tempo famosi, treni speciali. Appuntamento all’altrettanto nota lampada Osram nel piazzale antistante la stazione Termini. Eravamo tanti con i più grandi a farci da chioccia nella nostra incontrollata euforia. Ogni incontro era un abbraccio, un scossa di adrenalina, un esaltarsi a vicenda come se si stesse partendo per una missione epocale, cosa che in realtà, a quei tempi, per noi era.

Tanti cori alla partenza ma il viaggio trascorse in maniera discretamente tranquilla, la quiete interiore prima della tempesta, giusto qualche saluto poco amichevole dalle parti di Firenze.

 

Arrivati a Torino fummo accolti da un tempo da lupi, pioggia ininterrotta, freddo. E pensare che nei primi anni duemila uno dei nostri tanti transfughi l’ha definita “solare”. Ma tutti noi avevamo in mente solo una cosa, eravamo ipereccitati: raggiungere la curva Maratona.

 

Non ci furono problemi per farlo, vuoi per la loro abitudine a questo genere di partite, vuoi per il loro carattere e per la non belligeranza sopradescritta. Una volta dentro i grandi ci diedero le disposizioni per srotolare gli striscioni evidenziando che al centro sarebbe stato messo quello preparato in settimana “lotta con il cuore vinci il tricolore”. La curva si riempì in un attimo eravamo tanti, circa quindicimila, eravamo belli. All’ingresso delle squadre furono accesi diversi fumogeni e soprattutto torce che crearono quella nube che in certe condizioni atmosferiche tarda a diradarsi. Poco male. Della partita ricordo poco o nulla, l’espulsione di Furino. E il gol. Il fatidico gol che ha segnato una generazione, l’invisibile linea che divide l’arroganza del potere e la disonestà con l’ingenuità di chi , come noi, aveva la sensazione di trovarsi a un bacchetto importante senza essere stati invitato. Io, ma anche molti altri, non mi accorsi che il gol fosse regolare, e di tanto tantissimo tanterrimo pure. Come quello di quest’anno del Chievo contro i bianconeri quasi a voler dimostrare che passa il tempo, cambiano gli uomini ma loro rimangono sempre gli stessi con la corte dei soliti squallidi guitti al loro servizio. Non esistevano telefonini ma la percezione che qualcosa di strano fosse accaduto c’era tant’è che la delusione finale si trasformò in astio nel viaggio di ritorno verso la stazione. Per non parlare di tutto quello che successe dopo.

 

 

I giorni a seguire ci dimostrarono lo scempio, con Bergamo mano armata della rapina. Fu premiato, come spesso accade a chi serve i potenti, tant’è che ha raggiunto i vertici del mondo arbitrale quale esempio per le generazioni  future: se scegli la parte giusta la carriera è assicurata, soldi e potere anche. Grazie a lui, e al sistema italico fortemente autoreferenziale,  il calcio  ha vissuto altre squallide pagine con protagonista sempre la Juventus e il suo sistema collaudato: cartellini mirati, squalifiche chirurgiche, squadre satelliti compiacenti , aiutini preconfezionati. Quando serve. Perché tutto ciò avviene in un contesto ove la squadra è comunque forte di suo e probabilmente vincerebbe ugualmente ma per non rischiare ecco quella forbice quantificabile in una decina di punti equamente divisi pro bianconeri e contro l’avversaria di turno.

 

 

Torniamo a quel Juve Roma che passò alla storia e di cui tuttora se ne parla. Viola parlò di una questione di centimetri, Boniperti con la classica spocchia  in voga ai potenti italiani che amano ostentare i loro furti inviò un righello al collega. Per tutta risposta ricevette un goniometro strumento usato da un ingegnere come lui a dispetto del “geometra” bianconero.

 

Quello fu l’incipit di una lotta interminabile che non si ricomporrà più, la Juve con metodologia analoga strappò l’anno successivo il tricolore alla Fiorentina. A quei tempi girava voce che fino a quando l’Avvocato non avesse vinto la Coppa dei Campioni quell’andazzo sarebbe continuato. Noi scampammo perché nell’anno del tricolore una  Juve stellare raggiunse la finale di Atene perdendola inaspettatamente  grazie a un gol di Felix Magath.

 

 

Negli anni a seguire abbiamo assistito, per parlare solo di Torino, a molte cose strane ( del genere che fecero dire al Presidente Marchini, zio di Arfio, nello Juve Roma del lontano 70/71, “ l’arbitro Francescon è arrivato in treno ed è andato via con una Fiat 1100”)  quali il clamoroso rigore per fallo su Gautieri, la rimessa laterale di Aldair con il guardalinee Manfredini che nega l’evidenza del tocco di testa da cui scaturisce il gol di Ravanelli, gli allenamenti di Rosetti e Trentalange a Villar Perosa ( in pieno splendore Moggiano con il secondo che la successiva partita della Roma espulse Emerson dopo 18 minuti per somma di ammonizioni con la Roma in vantaggio, ora ovviamente è il responsabile del Settore Tecnico dell’AIA) e mille altri episodi a senso unico, abbiamo vinto qualche battaglia e perso tutte le guerre. Loro, i grandi permalosi, i veri principi del lamento in quei rari casi in cui le cose non vanno per il verso giusto, sono riusciti a contestare persino l’unico fiore cresciuto tra tanta melma come lo scudetto del 2001 a causa dell’iniquo cambio delle regole in corsa (legge comunitaria applicata da subito al basket e di cui i bianconeri usufruirono poco prima di noi con il tesseramento di Athirson del Flamengo che però non giocò mai).

 

E’ il solito rinfacciare de “l’ostile juve” equamente diviso tra orologio sul polsino e viaggi a Malindi che nel corso degli anni si è quantificato con i calci a Viola in tribuna a Torino, con i festeggiamenti all’ Heysel, con la richiesta di rimborso nell’amichevole pro Fortunato, con l’abuso dei farmaci, con la vicenda Ferrara e Paulo Sousa, con le schede telefoniche straniere, con la condanna di Moggi e “il fine giustifica i mezzi”, con Capello e i certificati di Emerson, fino ad arrivare ai giorni nostri con le accuse a Conte, i 30 sul campo  e gli arbitraggi (il solito deja vù) che hanno caratterizzato questo inizio di torneo.

 

 

Tanta acqua, molta sporca, è passata sotto i ponti ma io quel Roma Juve non l’ho più dimenticato né ho voglia di farlo, sia per la piacevole sensazione di quegli attimi vissuti prima che sono l’essenza del calcio, quel sapore che solo certe trasferte possono darti, che per l’amarezza derivata . Per me il lunedì sarà sempre un’umiliazione andare in fabbrica……

 

Andiamo a Torino il prossimo 5 Gennaio con la consapevolezza della grande squadra di fronte alla prova più difficile, contro una compagine fortissima. Nel nuovo stadio, quello che loro hanno potuto costruire grazie a una serie di sinergie e regalie tipiche quando ci sono loro di mezzo, abbiamo subito rovesci umilianti. “Questa è l’ora de mostrà quanto valemo…..”

Poi loro continueranno la loro corsa colma di aiutini arbitrali, media compiacenti, istituzioni miopi, avversari conniventi.

Massimo Palombelli, il Banale

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