Il tempo di Friedkin

Dan sta lavorando per la Roma, sulla Roma e con la Roma. Se lavorerà male potremo dirlo tra qualche mese. Ma ora trovi il coraggio di far volare fuori Trigoria scrivanie inutili

di Francesco Balzani, @FrancescoBalza8

Trentacinque giorni. Spesso non bastano per prendere appuntamento con chi ti ripara la caldaia, quasi sempre non sono abbastanza per organizzare la metà di un matrimonio. Qualcuno, però, pretendeva che Dan Friedkin in questo mese e poco più potesse cambiare totalmente il volto tumefatto di una Roma che ancora oggi deve pagare gli enormi errori del recente passato. Un passato così vicino che appare lontano solo ai miopi a tutti i costi, a chi oggi è pronto a puntare il dito quando per anni (10, si dieci!) ha preteso pazienza tra cessioni illustri, calci in culo a bandiere storiche, figuracce sportive e profondi rossi economici.

A Dan Friedkin andrebbe detto ancora grazie per aver salvato la Roma da un possibile fallimento. E invece si fa la gara a sottolineare il primo errore. Che inevitabilmente può commettere un imprenditore appena sbarcato in Italia. E che a Trigoria, ha già superato come numero di ore di lavoro il suo predecessore. Dan Friedkin sta lavorando per la Roma, sulla Roma, con la Roma. Se lavorerà male potremo dirlo tra qualche mese. Oggi deve tagliare la coda della Roma di Pallotta e iniziare un nuovo capitolo nell’anno più sfigato possibile per costruire visto il terremoto Covid che ha devastato pure il calendario calcistico. Far finta che questo non sia vero vuol dire essere in malafede. Così come sarebbe fazioso non criticare il madornale sbaglio della segreteria nell’affare Diawara. Una papera da dilettanti che farà saltare delle teste e che ha fatto infuriare i Friedkin. Ecco, ora Dan e Ryan devono solo trovare quel coraggio (e chi ha costruito un impero da Forbes ce l’ha di sicuro) di far volare fuori dalla barriera automatica di Trigoria: valigie, borse, portaborse e scrivanie inutili. Quel coraggio che ha portato la Roma a dire no a Milik perché qualcosa non convinceva.

Una mossa da presidente, da chi non ascolta mediatori ma vuole toccare con mano ciò che capita nel suo club. Quel coraggio che potrebbe portare Friedkin ad assumere uno dei più forti allenatori del mondo. Ma questa è un’altra storia, un altro libro che fatica ad uscire perché chi ha scritto la saga horror precedente ha mollato troppo tardi un club da rifondare. In tutti i sensi.

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